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ENRICO NADAI--ANATOMIA DELL'UOMO FORTE.

ENRICO NADAI--ANATOMIA DELL'UOMO FORTE.
Non facciamoci troppe remore nel dire che il bisogno di un uomo di stato forte balugina nelle coscienze di molti. Non è un’eresia affermarlo, anche perché questa necessità ha radici lontane, slegate dai contesti politici odierni. La percezione errata e comunemente diffusa è che parlare di un uomo forte significhi richiamarsi ad esperienze totalitarie come quelle novecentesche. Ma la presenza di una personalità siffatta non implica una rigida restrizione delle libertà, dunque l’equivalenza tra uomo forte e totalitarismo oppressivo non è che una comoda riduzione. È più ragionevole interrogarsi sui capisaldi dell’esercizio di questa potenza. Con rammarico possiamo chiarire preliminarmente che la rimozione di ogni coerenza dalla sfera politica, ci ha consegnati all’epoca tragicomica della post verità: in questo mare magnum agghiacciante, ogni affermazione non vale più della sua smentita. Al posto della coerenza spopolano la convenienza, le idee fumose e l’abilità di mettere lo stesso piede in più scarpe. Oggi tutto arride ad una sola vera forza: la mediocrità. Essa opera indisturbata a discapito della qualità, quando è proprio da questa che dovremmo coraggiosamente risorgere. Il riferimento ad un uomo di stato risoluto è una costante della riflessione politica d’ogni tempo. Dal principe cristiano di Erasmo da Rotterdam a quello di Machiavelli, passando per il politico morale kantiano, il monarca hegeliano e il politico di professione weberiano, per citarne solo alcuni. Si tratta di differenti studi intorno ad un concetto chiave, quello di autorità. A nostro giudizio, dovremmo convertire la domanda di un uomo forte con la questione, storicamente più salda, di un’autorità. Nella Roma antica gli auctores erano un consiglio di anziani che per esperienza e saggezza assicurava il legame della monarchia con il passato. Nella fase repubblicana l’autorità veniva riconosciuta nel ruolo del senato, composto dalle tradizionali famiglie aristocratiche di alta levatura politica. Nella Roma imperiale la figura di Augusto racchiuse una sintesi politica, religiosa ed etica del concetto di autorità. L’esercizio del suo potere si fondò su una mediazione ambigua ma efficace tra la forma repubblicana e l’accentramento del comando. La Chiesa cristiana ereditò l’idea di autorità al fine di strutturare le sue gerarchie interne, memore delle parole di S.Paolo: “Non c’è autorità che non venga da Dio”. Per Paolo la salvezza dell’uomo era il risultato di un processo autonomo, svincolato dalla politica. Ciò non negava però la necessità dell’obbedienza, sottolineata anche dal pensiero di S. Agostino. Nel De civitate dei è infatti la Chiesa a rappresentare il Verbo nel Mondo a cui si deve prestare ascolto. L’afflato sacrale ecclesiastico e quello mondano dell’Impero furono protagonisti di un lunghissimo scontro fino alla progressiva secolarizzazione della politica, spogliata solo apparentemente dei suoi contenuti religiosi. Così come venne consegnata alla Modernità, l’autorità mantenne una radice teologica che fu condotta all’immanenza. La formula di Hobbes “Auctoritas, non veritas facit legem” (l’autorità, non la verità fa la legge) ne è la testimonianza. La religione pubblica divenne lo Stato. Sulla scia del realismo politico di Hobbes, Carl Schmitt penserà all’autortità sovrana come origine dell’ordine e della sicurezza: “Sovrano è colui che decide in stato di eccezione”. Il decisionismo politico è la risposta alla crisi metafisica e giuridica del mondo moderno. La mancanza di un fondamento razionale, l’assenza di Dio e il generale disorientamento di fronte alla caduta di qualsivoglia riferimento svuota di ogni vecchia legittimazione il potere politico; l’autorità è quindi laica, la sua decisione è anti-caotica e capace di una forza unificante. In senso normativo però, essa sorge dal nulla. Un aggregato politico riconosce la sua comune appartenenza nella figura del leader, senza la quale ha bisogno di un’etichetta che sintetizzi il contenuto della sua affiliazione. Il gruppo si definisce solo in rapporto ad altri gruppi con ideologie, credenze o leader diversi. Autorità non è sinonimo di autoritarismo; la differenza tra le due fu ben tracciata dal filosofo francese Gustav Thibon, che descrisse la prima come la fiducia che un uomo ispira al suo prossimo “inclinandolo a obbedire senza discutere” e il secondo come un puro esercizio della potenza dispotica, ignaro del bene comune. L’autorità è persuasiva, in grado di convincere gli uomini della veridicità dei propri giudizi. Essa non viene mai subita, ma accolta. La sua efficacia politica è la traduzione dei concetti in istanze operative. Anche quando incontra un fallimento, il capo politico è in grado di riconquistare dignitosamente la fedeltà dei seguaci. In pochi resistono alla sua capacità di coinvolgimento e gli avversari politici più acerrimi non possono fare a meno di riconoscergli l’enorme potenziale, anche laddove non condividano il suo esercizio. Max Weber aveva ben capito che l’uomo politico conosce il valore del distacco, fonte immancabile della sua lungimiranza. La mancanza di questa disposizione è, per il sociologo tedesco, il principio di una completa inettitudine. Ma chi è in grado oggi di incarnare l’autorità? E chi può dirsi capace di riconoscerla? Quella parte di umanità che ne prova ancora l’attrazione, compia presto una raffinata ricerca. E quando vi domanderanno se volete un uomo forte, rispondete di sì: a condizione che goda d’autorità.

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