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ENRICO NADAI- L'ASSASSINO DEL MONDO

ENRICO NADAI- L'ASSASSINO DEL MONDO
Un uomo amava nuocere la sua vita giornaliera ripetendosi frasi abominevoli come: “Un giorno qualcuno mi ucciderà! Non sarà un tumore… No, no… Per quello ho il vischio di quercia. Non è la malattia che mi angustierà… è quel Qualcuno pronto a piantare il suo coltello nella mia carne. È già dietro l’angolo il tremendo sicario. Lo sento! Lo sento!” Per quanto egli fosse umbratile, non era pazzo. Odiava il mondo: lo tormentava l’assenza di perfezione e beltà. Allora si doleva ingannandosi e rimuginando un delitto perfetto, di cui lui fosse la vittima. Ma quella pienezza sanguinaria che sembrava raggiungibile solo con il trasporto del suo pensiero paranoide, non si traduceva mai in realtà. Per questo le sue torbide fantasticherie si direzionavano verso mete ben più ampie: erano violente, spietate, spaventevoli. L’invasamento lo portava ad immaginare distruzioni abnormi, gemiti collettivi, angosce e pianti senza fine, furori divini, sofferenze inascoltate di nazioni e popoli in fiamme. In una simile mescolanza era espressa tutta la grandezza del Dolore, il solo compagno saldo del genere umano. Ma quanto ancora avrebbe dovuto attendere prima di una così gloriosa devastazione? Non vedeva l’ora di assistere allo spietato assassinio del grande mosaico terrestre. Voleva che la fine della propria vita o dell’esistenza dell’intera umanità sulla terra – in una realtà orrenda come quella quotidiana – raggiungesse l’acme della magniloquenza. Era convinto che se non si poteva essere all’altezza di una grande costruzione, lo si doveva essere per un enorme abbattimento. E lui, che giorno dopo giorno macchinava nella sua mente il simultaneo soffocamento di tutte le cose, lo era.

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