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ettorre gomme b2b

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 Hugh Jackman è Gary Hart, il senatore democratico e molto liberal che nel 1987 era il front runner (favorito) nella corsa alla presidenza degli Stati Uniti prima che uno scandalo a sfondo sessuale (il suo affaire, lui uomo sposato, con l'ex modella Donna Rice), facesse deragliare clamorosamente il tutto. Lo sfidante democratico fu Michael Dukakis, che poi perse contro George H. Bush. Hart era visto come il "salvatore" per i democratici, il candidato perfetto per riprendere la Casa Bianca dopo otto anni di presidenza Reagan. Politico di grande spessore, carismatico e statista preparato, Hart aveva però il debole per le donne, tendenza che nemmeno la sua solida relazione con la moglie Lee riusciva a frenare. Lo scandalo Hart/Rice inaugurò la stagione della politica-tabloid, quando osservatori e media iniziarono a seguire un candidato più sul piano privato che ideologico. Nel film Vera Farmiga interpreta la moglie di Hart, bella e leale, vista come first lady ideale, Sara Paxton appare nel breve ruolo di Donna Rice, J.K. Simmons è il manager della campagna elettorale, mentre Alfred Molina è Ben Bradlee, il direttore del Washington Post, che pur con riluttanza pubblicò lo scoop (quello stesso Bradlee che ha già avuto il volto di Tom Hanks in The Post e di Jason Robards in Tutti gli uomini del presidente). Abbiamo incontrato Jackman a Toronto, dove The Front Runner è stato presentato.


Mr. Jackman, che ricordi ha del caso Gary Hart?
"Pochi in verità. Nel 1987 stavo trascorrendo un periodo di pausa in Europa, a Londra, vivevo con dieci sterline al giorno ed ero sempre mezzo sbronzo e non ricordo quasi nulla di quel periodo giovanile. Cioé, quando sentivo la gente dire "monkey business" (affari sporchi) e Donna Rice nella stessa frase sapevo quello di cui si parlava, ma poco altro. Di Hart non sapevo quasi nulla".

Quindi per il film ha fatto i compiti a casa.
"Ovvio. Ho parlato con molte persone, professori di scienze politiche, giornalisti, autori, altri politici che conoscevano Hart. E poi naturalmente l'ho incontrato. Sono stato io a insistere di incontrarlo, non la produzione, e Hart generosamente, senza sapere niente del film anche se conosceva il libro da cui è tratto, ha accettato".

Che impressione le ha fatto?
"Un gentiluomo come non ne esistono più: uno splendido ottattenne. Mi ha invitato a dormire a casa sua. A quel punto sapevo tutto su di lui e sulla sua sfortunata campagna dell'87, e avevo già parlato con molti suoi collaboratori di quel tempo. L'ho tempestato di domande, l'ho incalzato; Hart mi ha dimostrato prima di tutto che è di un'intelligenza superiore, uno dei migliori politici americani degli ultimi cinquant'anni, ma anche che ha tuttora qualcosa di enigmatico, cosa che è molto intrigante per un attore che voglia interpretarlo. C'è sempre quella zona oscura che rende un personaggio affascinante. Jason Reitman è stato bravo a confezionare la storia dicendo che non esistono nè buoni nè cattivi; la stampa non è il cattivo, il politico non è il cattivo, e credo che questo sia l'aspetto della storia che illumina cosa sta succedendo oggi. Anche nella mia Australia, dico... da non americano non voglio fare comizi sull'America, non mi sembra giusto".

"Donna è stata la prima a vedere il film, prima ancora dei membri della campagna presidenziale di Hart. Donna è molto attiva nell'organizzazione Enough is Enough contro il bullismo su Internet e la protezione dei bambini online. Non ho parlato con Donna, ma è una donna molto forte, intraprendente, attiva. Certo,  le è stata rubata la vita, ma sembra aver accettato il proprio destino con eleganza e anzi un rinforzato senso del sè. Ed é certo come, alla luce del movimento #MeToo, la sua parabola sia particolarmente rilevante".

I politici oggi, come le celebrità, sono sempre più oggetto della microscopica attenzione e curiosità del mondo. Lei alla luce della sua popolarità cosa ne pensa?
"Certo, il microscopio. Ma oggi la lente è molto diversa da, che so, dieci o 20 anni fa, oggi abbiamo l'Hubble puntato addosso! Sono sicuro che ci sono attori che trovano tutto ciò insopportabile e soffocante. Io no. Mi viene il nervoso solo quando la mia famiglia viene coinvolta in questa "osservazione", ma a me personalmente non dà fastidio. Ma al contrario di Hart, io ho poco da nascondere, non ho niente di enigmatico. Avevo 30 anni quando divenni famoso col primo X-Men, ero già adulto e vaccinato. I miei occhi erano ben aperti, non ero ingenuo e inconsapevole. Già conoscevo l'industria e i suoi meccanismi. Oggi i politici sono scaltri, sanno di avere l'Hubble adosso, ma al tempo di Hart non lo erano. Watergate e lo scandalo e la fine della fiducia cieca dei cittadini nei confronti del "potere" è stato il punto di non ritorno. Per me è una cosa positiva. I media monitorizzano il potere, e se ci monitorizzano a noi ricchi e famosi poco male, fanno bene!"

Ha appena compiuto 50 anni: la fa riflettere sul tempo che passa?
"Soprattutto su quello che è passato. Il tempo è prezioso, e questi piccoli traguardi personali stanno lì a ricordarcelo. Ma non ho la crisi di mezz'età, non ancora, e guardo i miei figli crescere con incredibile rapidità e ci penso, al tempo che scorre. Mio figlio ha appena compiuto 18 anni, e me lo ricorda ogni volta che gli dico qualcosa, dicendomi: Papà, sono adulto ormai, smetti di dirmi quello che devo fare. E questo pure fa pensare!"

Tornerà al musical?
"Certo, io sono nato come attore di musical, canto, ballo, suono e recito. Il musical è il mio grande amore, e dove credo di saper esprimere il mio talento".

Balla tutti i giorni?
"Sì, tutti i giorni, 5 o 6 giorni alla settimana, e canto tutti i giorni, mi tengo in forma. Se mi chiamano mi faccio sempre trovare pronto. Ricordo sempre quello che diceva Oliver Sacks, il celebre neurologo autore di Risvegli: diceva: io con me porto sempre un paio di pinne, dovunque vada  – era un appassionato nuotatore – perchè non si sa mai se c'è dell'acqua là vicino e mi venga voglia di buttarmi. Ecco, io ho sempre con me le mie pinne: il ballo e il canto".

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