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25 marzo, è il Dantedì. Il filosofo Marco Eramo: “Divina Commedia opera eccezionale che prende cuore e mente”

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25 marzo, è il Dantedì. Il filosofo Marco Eramo: “Divina Commedia opera eccezionale che prende cuore e mente”


ROMA. Il 25 marzo ricorre il Dantedì, una giornata dedicata alla figura di Dante Alighieri, illustre poeta e autore di una delle opere letterarie più conosciute al mondo: “La Divina Commedia”. 

La data, scelta appositamente dagli studiosi per commemorare la figura del Sommo Poeta, è l’espressione più significativa dell’inizio del viaggio nell’aldilà dell’opera. L'edizione di quest’anno assume particolare importanza perché avviene nel settecentesimo anniversario della morte di Dante. Per commemorare questo grande evento culturale è opportuno avere una idea chiara di cosa si parla nella Divina Commedia: a fare il viaggio dentro l’opera dantesca è il docente di Scienze Umane e filosofo, Marco Eramo. 

L’ANALISI - “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via era smarrita”. È la primavera del 1300. Dante immagina di trovarsi smarrito in una selva oscura, una terribile e tenebrosa foresta, simbolo della vita di peccatore da cui lui stesso sembra non sia in grato di allontanarsi. Dopo essere stato ostacolato da tre bestie feroci (la lonza, la lupa ed il leone), simbolo dei suoi peccati (superbia, invidia ed avarizia), Dante incontra un uomo. È Virgilio, il grande poeta latino, autore di un’altra colossale opera, l’Eneide. Virgilio spiega a Dante che per uscire dalla selva oscura, cioè dalla vita peccaminosa, deve affrontare un difficile viaggio attraverso i regni abitati dalle anime dei defunti (Inferno, Purgatorio e Paradiso) e raccontare, poi, al mondo come soffrono coloro che non hanno rispettato i dettami di Dio, oltre a quanto invece siano felici i beati. Dante, dunque, timoroso, si affida a Virgilio, sua guida, e, insieme, oltrepassano la porta dell’inferno e scendono tutta la voragine osservando le pene che subiscono i dannati. L’Inferno è diviso in cerchi all’interno dei quali si trovano i peccatori suddivisi secondo i peccati che hanno commesso. Alla fine dei cerchi si trova il mostruoso Lucifero, l’angelo cacciato dal Paradiso per essersi ribellato a Dio che, cadendo dal cielo, ha creato la voragine da cui si è originato l’inferno. Oltrepassato Lucifero, Dante e Virgilio escono dall’inferno “e quindi uscimmo a riveder le stelle”. I due poeti si ritrovano, così, su un’isola dell’Emisfero Australe davanti alla montagna del Purgatorio ed affrontano insieme la faticosa salita delle sette cornici, una per ciascun peccato capitale. Ciascuna cornice ospita gli spiriti che devono purificarsi. Ognuno di essi deve acquisire la virtù contraria al peccato commesso in vita. Sulla sommità del Purgatorio si trova il Paradiso Terrestre. Dante saluta la sua guida, Virgilio. Quest’ultimo, infatti, non può proseguire oltre, perché condannato a vivere nel Limbo, un luogo dove si trovano le anime giuste vissute prima della venuta di Cristo. A guidare Dante in Paradiso è Beatrice, la donna tanto amata e celebrata dal poeta, che nel racconto rappresenta la grazia e la fede in Dio. Il Paradiso è formato da nove cieli che ruotano intorno alla terra. Al di là di essi, si trova l’Empireo, dove sono i Beati, disposti in una corona che Dante chiama “Candida Rosa” ed ancora più in alto si trova Dio, circondato da 9 cerchi di Angeli. Cielo dopo cielo, Dante parla con gli spiriti beati che scendono dall’Empireo per incontrarlo. Il viaggio del poeta si conclude con la visione di Dio, una luce immensa che lo sconvolge e lo riempie di beatitudine “a l’alta fantasia qui mancò possa; ma già volgeva il mio disìo e l’velle, sì come rota ch’igualmente è mossa, l’amor che move il sole e l’altre stelle”. 

Leggere Dante significa avere un’idea chiara di ciò che, verosimilmente, incontra l’anima dopo la morte. La dottrina della Chiesa ci insegna che ognuno sarà giudicato secondo le proprie opere e le proprie azioni, ma siccome a nessuno è dato di conoscere la linea di confine che separa la vita dalla morte, l’opera Dantesca si presenta come un invito a non tralasciare le pene ed i castighi in cui può incombere l’anima se non rispetta i dettami di Dio. La strada per il raggiungimento della salvezza eterna non è priva di insidie e di tentazioni. Per queste ovvie ragioni, la Divina commedia si presenta anche come un’opera ricca di suggerimenti etici-morali, permeata di un importante insegnamento teologico. Lo stesso artista Raffaele Sanzio, nella sua celebre opera pittorica “ Disputa del Sacramento”, inserisce Dante tra i teologi ed i dottori della Chiesa, in quanto degno rappresentante di un opera dal grande spessore religioso. Ma la Divina Commedia è intrisa anche di una forte influenza filosofica. Evidenti sono gli spunti che il Sommo Poeta ricava dall’aristotelismo per il completamento del suo capolavoro poetico. Fanno fede a tal riguardo, la Fisica e l’Etica Nicomachea dello stagirita. Dalla prima opera, cioè dalla Fisica, Dante ricava materiale utile per l’elaborazione della sua “dottrina degli spiriti”, mentre dalla seconda, dall’Etica Nicomachea, il poeta prende spunti per rappresentare in maniera ordinata e razionale l’organizzazione del mondo ultraterreno. La Divina Commedia è un’opera davvero eccezionale che, seppur complessa nella sua composizione in cantiche, prende il cuore e la mente.


Fonte notizia: http://fischiofinale.altervista.org/FischioFinale/25-marzo-e-il-dantedi-il-filosofo-marco-eramo-divina-commedia-opera-eccezionale-che-prende-cuore-e-mente/


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