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Cento di questi giorni!

scritto da: Francesca Garofoli | segnala un abuso

Cento di questi giorni!

Nel giorno del 36esimo anniversario della nascita della Di Renzo Regulatory Affairs, Sante Di Renzo – fondatore e legale rappresentate della società – festeggia l’assunzione della centesima persona nel suo organico aziendale. Un traguardo importante, soprattutto perché in assoluta controtendenza rispetto ai tempi.


In piena epoca pandemica da Covid-19, quando ormai da un anno e mezzo l’economia globale arranca in cerca di soluzioni immediate alla crisi e desiderosa di nuove prospettive economiche, il lavoro di un gruppo di persone specializzate nel settore farmaco-regolatorio è ancora in grado di generare certezze. Cento persone, cento famiglie, che possono guardare al futuro grazie al loro lavoro. 

Abbiamo chiesto a Sante Di Renzo qual è il segreto di questa solidità: “Sicuramente la qualità delle persone che lavorano in azienda è fondamentale. Se anche hai una buona idea, ma non hai le persone giuste per costruirla, non si possono gettare solide basi per l’avvenire. Penso di essere stato caparbio nel trovare soluzioni alternative alla crisi e mi dico che sono stato bravo nello scegliermi i collaboratori, ma poi va a loro il merito di aver reso possibile giorno per giorno, ora dopo ora, un’affidabilità aziendale che ci rende leader nel settore”.

E quali sono le sue soluzione alternative alla crisi?

“Talvolta i miei collaboratori più stretti mi dicono che penso troppo velocemente perché, mentre loro stanno facendo una cosa, io mi sono già portato avanti di due o tre mosse. Ecco, questa rapidità nel pensare oltre il momento attuale è ciò che mi permette di costruire alternative. Per esempio: lo smart working è stato, nell’immediato, un grosso sacrificio per noi, perché come tutti non eravamo strutturalmente pronti ad accoglierlo. Tuttavia, mentre la gran parte delle persone si affannavano a praticarlo, prendendo di petto la situazione, io ero già al momento delle domande: come renderlo una risorsa? Come integrarlo nelle nostre consuetudini di vita e lavoro? Non ho mai pensato, come molti, che lo smart working fosse una soluzione temporanea al problema pandemico, bensì lo ritenevo – fin da principio – una condizione che sarebbe presto diventata strutturale”.

Perché?

“Perché è facile pensare che sia una soluzione più comoda: il lavoratore la ritiene comoda perché può lavorare da casa e il datore di lavoro o il general manager la ritiene comoda perché può risparmiare sulle spese di gestione degli uffici. Quindi ambedue hanno buone ragioni per ritenerla una soluzione auspicabilmente permanente”.

Perché ho la sensazione che nel suo discorso ci sia un “ma” sottinteso?

“È vero, c’è un grosso ‘ma’, perché ambedue le parti si sbagliano. Alla lunga, il lavoratore vedrà la sua casa trasformarsi da comodità in prigione, perché non avrà più opportunità di ‘rottura’: casa e lavoro diventeranno la stessa cosa e l’uno finirà per divorare gli spazi dell’altra. Il risparmio che invece l’azienda avrà sui costi di gestione, si tramuterà presto in una perdita di qualità del servizio, nell’impossibilità di organizzare quel lavoro di gruppo che è la vera ricchezza di ogni realtà societaria. È difficile poi fare una previsione economica di quale ammanco ne deriverà. Per queste e altre ragioni, penso che lo smart working possa funzionare soltanto come sistema integrato o coordinato”.

Quali sono le sue prospettive immediate e future?

“Per me il presente è l’occasione per raccogliere le esperienze passate e lanciarmi nella sfida del futuro. In questo modo qualsiasi difficoltà è sempre e soltanto un’occasione di apprendimento e un arricchimento in vista di ulteriori ostacoli. Credo sia il miglior modo per non restare mai vittime delle avversità. Sono orgoglioso di questa centesima assunzione perché è un chiaro messaggio per i miei collaboratori: cresceremo ancora”.



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