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Narrazione e falsificazione della realtà: la dura vita del social media manager

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Narrazione e falsificazione della realtà: la dura vita del social media manager

Katherine Mansfield, una celebre scrittrice di racconti brevi dei primi del ‘900, definì il narratore una specie di funambolo in grado di raccontare la verità come solo un bugiardo può dirla. Ecco, un social media manager non è un narratore e la mistificazione della verità a cui assistiamo quotidianamente sui diversi media non c’entra niente con la parola “narrazione”. Eppure, un social media manager che non si limiti alla pubblicazione meccanica dei post sui social, ma che utilizzi le parole per comunicare, è destinato a diventare l’evoluzione del giornalista vecchia maniera.


di Alessandro Capezzuoli, funzionario ISTAT e responsabile osservatorio dati professioni e competenze Aidr

Io sto morendo, ma quella puttana di Emma Bovary vivrà in eterno. Con queste parole, pronunciate in punto di morte, Flaubert ha sintetizzato, oltre ai sentimenti di amore e odio nei confronti del personaggio letterario da lui stesso creato, il significato più profondo della parola “narrazione”. Parola che, a essere onesti, grazie all’utilizzo ad minchiam perpetrato e abusato da giornalisti, politici e opinionisti, comincia a causarmi reazioni allergiche almeno quanto la parola resilienza, ormai utilizzata così frequentemente da perdere ogni significato. Ma andiamo per gradi… Io credo che l’uomo esista perché esistono le sue storie. Questo concetto è sintetizzato molto bene dalla meccanica quantistica e dal principio antropico: un fenomeno esiste quando può essere osservato e, se può essere osservato, dipende in qualche modo dall’osservatore. L’osservatore, però, ha dei vincoli dovuti alla sua stessa esistenza. Scendendo leggermente di livello, si potrebbe fare un parallelismo e affermare che l’uomo esiste perché esistono degli osservatori che raccontano la sua storia e lo rendono immortale. Osservatori vincolati da un principio antropico “depotenziato”, che corrisponde all’esistenza in un certo periodo storico governato da morali, ordinamenti sociali e pregiudizi.

In fin dei conti, nel corso dei secoli, sono cambiati i mezzi, ma le tecniche di comunicazione, dai tempi della caverna, quando i cavernicoli si radunavano intorno a un fuoco per raccontarsi storie di caccia, non sono cambiate poi così tanto. Jung sosteneva che la grotta è una delle rappresentazioni dell’archetipo della Grande Madre: la magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che trascende i limiti dell’intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondità, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; l’istinto o l’impulso soccorrevole; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti; ciò che divora, seduce, intossica; ciò che genera angoscia, l’ineluttabile. La grotta viene associata a uno dei luoghi di procreazione o di nascita perché, in qualche modo, rappresenta l’utero femminile da cui sorge la vita. Gesù Cristo, tanto per citare la storia inedita di un personaggio poco conosciuto, viene fatto nascere all’interno di una grotta, al freddo e al gelo. Non nasce, forse, ma viene fatto nascere, perché quella storia, vera o falsa che sia, è ricca di simbolismi: rappresenta la riscoperta del bambino, il ritorno all’inizio, la valorizzazione delle esperienze di vita vissuta. L’inventore di questa narrazione, tuttora ignoto, merita senz’altro il premio Nobel per la comunicazione: conoscete un’altra storia, altrettanto duratura, che sia riuscita a condizionare le coscienze di miliardi di persone e che abbia permesso la creazione di uno stato potente e ricco come il Vaticano? A dire il vero, nei Vangeli non vengono fatti molti riferimenti alla natività (sembra addirittura che Gesù sia nato nel 7 a.c., ovvero sette anni prima di sapere che fosse nato), per cui, la storia della grotta deve essere stata creata ad arte da qualche social media manager buontempone, che ha intuito nel Natale un enorme business, fatto di presepi, di statuine e di regali riciclati. Potremmo fermarci qua e, come in un racconto di Carver, lasciare ai lettori la libera interpretazione di quale sia il ruolo, oggi, del social media manager, ma non sarebbe giusto: proviamo a darne una connotazione più precisa. Iniziamo subito a escludere la parola narrazione dai discorsi che faremo e, soprattutto, dai contesti politici e lavorativi, luoghi fisici o virtuali in cui viene più che altro privilegiata la mistificazione della realtà al solo scopo di orientare le masse e controllare la popolazione. La narrazione, o più propriamente la narrativa, non corrisponde mai alla realtà: il fruitore di una narrazione si aspetta che le storie abbiano un senso narrativo non un senso di verità assoluta. E il senso narrativo è subordinato a un patto invisibile tra il narratore e il lettore, il quale è disposto ad accettare qualsiasi tipo di artificio, anche che il lupo di Cappuccetto Rosso parli e si mascheri da nonna. 

Katherine Mansfield, una celebre scrittrice di racconti brevi dei primi del ‘900, definì il narratore una specie di funambolo in grado di raccontare la verità come solo un bugiardo può dirla. Ecco, un social media manager non è un narratore e la mistificazione della verità a cui assistiamo quotidianamente sui diversi media non c’entra niente con la parola “narrazione”. Eppure, un social media manager che non si limiti alla pubblicazione meccanica dei post sui social, ma che utilizzi le parole per comunicare, è destinato a diventare l’evoluzione del giornalista vecchia maniera. Oggi più che mai, creare i contenuti non basta, è necessario “saper raccontare un contenuto” e renderlo visibile affinché il messaggio arrivi al maggior numero di persone. Il celebre Don Gaetano, un personaggio letterario di un romanzo di Leonardo Sciascia, sosteneva maliziosamente che “le cose che non si sanno non sono”. Ed è vero. Ce ne siamo accorti negli ultimi due anni, in cui i media hanno vergognosamente orientato l’opinione pubblica attraverso una narraz… descrizione parziale e poco chiara della realtà. Tutto ciò che non si conosce, in qualche modo non esiste… un po’… come dire… “occhio non vede e cuore non duole”. Le parole continuano a essere il mezzo di comunicazione più potente che abbiamo a disposizione e possono essere usate come armi, soprattutto in un momento di paura dilagante. Paura di morire per colpa di un virus, per esempio. Ed ecco che la parola “immunizzazione”, ripetuta sotto forma di notiziario o hashtag, diventa una specie di mantra da cui scaturisce il convincimento diffuso di essere protetti. Immuni, per l’appunto. Anche se le ricerche scientifiche dimostrano tutt’altro, la diffusione delle parole prevale sulle pubblicazioni. E non solo perché una rassicurante bugia è più gradita di una scomoda verità, ma perché le parole viaggiano sui media a una velocità molto più alta di quanto viaggi un problema complesso e sfaccettato a cui corrispondono soluzioni altrettanto complesse. I media, attraverso alle parole, semplificano, forniscono risposte facili e veloci, riducono la complessità e creano tuttologi- o fuffologi?- spocchiosamente (im)preparati su qualsiasi argomento.

Il social media manager ha un ruolo sociale importantissimo: a lui è demandata la narraz… la ricerca della verità, la sua rappresentazione e la diffusione sui diversi mezzi d’informazione. Il problema principale con cui si deve confrontare, però, riguarda proprio la parola “verità” perché, troppo spesso, chi svolge questo lavoro viene chiamato a costruire false verità partendo da punti di vista, opinioni personali o, peggio, da obiettivi meschini. Federico Palmaroli, il creatore della pagina Le più belle frasi di Osho, è un Social Media Manager? Direi proprio di sì: lo è, a fin di bene. Utilizza l’ironia, spesso fa sorridere, a volte fa riflettere, e riesce a raggiungere i destinatari più disparati. Conosce l’uso di un certo tipo di linguaggio, lo sa usare benissimo e sa usare i social network. Ma chi sono, esattamente, i bersagli perfetti, quelli a cui certi messaggi arrivano più facilmente attraverso i social network? In primo luogo, sono i fruitori delle informazioni rapide, quella parte di popolazione che va di corsa, non ha tempo di approfondire le notizie e le fonti, si limita a leggere i titoli, spesso non è in grado di valutare l’attendibilità di un’informazione, non si ferma a ragionare e, quando si tratta di condividere qualcosa, ha il dito più veloce del west. Finché si tratta di leggere frettolosamente una vignetta di Osho, ridere e condividere, direi che non ci sono grossi problemi.

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