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"Da principio era la neve" - In un romanzo, viaggio tra le emozioni dei giovani e del Salento

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La musica rock e pop. L'amicizia. L'amore. L'attualità. La salentinità e la precarietà. Vissute dai giovani di oggi.

Tutto questo è “Da principio era la neve”, (www.daprincipioeralaneve.it) romanzo d’esordio di Fabio Mele, giovane autore salentino, come salentina è l’intera ambientazione della vicenda.
Alex e i suoi amici, un gruppo di giovani non più adolescenti, alle prese con le difficoltà del mondo di oggi. L’attaccamento al territorio. L’amicizia e la musica come risposta alle incertezze del lavoro e dell’amore, raccontate con un linguaggio fresco e piacevolmente scorrevole.

Una storia coinvolgente ed atipica, in un’inconsueta miscela di musica (il titolo stesso è parte di una canzone di Gianna Nannini), poesia e pensiero.

Particolare anche la struttura narrativa: assieme alla trama principale, si sviluppano poesie, qualche racconto, stralci di pezzi rock e pop di oggi e degli anni Novanta (tra gli altri Negramaro, Oasis, Caparezza, Nannini, Consoli, Après la Classe). E’ stato presentato presso l’Università degli studi di Lecce e consigliato da diversi network radiofonici.

Di seguito la recensione di Ilaria Pellegrino sul quotidiano “Il Paese Nuovo”.

 

A vent’anni

“Da principio era la neve” di Fabio Mele, edito da Lupo – La musica è l’unico sollievo, fra le pagine di Mele se ne trova tantissima: Max Gazzè, Gaparezza, i grandi Marlene Kuntz, danno vita alla colonna sonora di queste pagine intrise di un Salento che mostra un’altra faccia, non la solita stereotipata fatta di pizzica e mare e sole

Fiocchi di neve che cadono dalla stessa nuvola, uno ad uno lievemente e posandosi sulla strada si mescolano, si intrecciano, svaniscono. Le nostre vite fanno il percorso dei fiocchi: noi, uomini e donne, ci incontriamo, ci scontriamo, ci facciamo del male, ci scambiamo pelle, anima, pensieri. Ci abbandoniamo.
A tutte le età ma in una soprattutto, quella dei vent’anni.
Raccontare dei vent’anni facile non è, si può cadere facilmente nell’infantilismo, nella mediocrità, si può inciampare su catene di lucchetti e su esercizi di stile poco convincenti.
Fabio Mele invece, nel suo “Da principio era la neve” riesce a raggiungere lo scopo e lo fa servendosi con semplicità, ma intensa passione, della prosa per narrare e della poesia per fissare la tenera violenza dei sentimenti di Alex, il protagonista, quasi un alter ego dello scrittore che in queste pagine ha messo tanto dei suoi ventisei anni: l’amicizia e l’amore, quello strano che si fa strada difficilmente e poi, non si sa come, svanisce in doloroso silenzio.
Ricordi, cicatrici e nuovi inizi in un’età di transizione dove si vorrebbe far tutto e avere tutto eppure non si ha quasi niente, forse una laurea a volte nemmeno quella. A vent’anni ci si sente intrappolati in un limbo, è come cadere fra la notte più buia e il giorno assolato: si sta nel mezzo, legati con delle catene invisibili.
La musica è l’unico sollievo e fra le pagine di Mele se ne trova tantissima: da Max Gazzè, a Caparezza, ai grandi Marlene Kuntz, tutti danno vita alla colonna sonora di queste pagine intrise di un Salento che mostra un’altra faccia, non la solita stereotipata fatta di pizzica e mare e sole.
A Mele si deve riconoscere la fluidità della lettura, la freschezza del linguaggio, che non disdegna una rappresentazione di come si stia trasformando senza però mai mancare di rispetto alla nostra cara e bella lingua italiana. E gli si deve riconoscere anche il coraggio che ha avuto, lui che non ha una laurea in Lettere e Filosofia ma in Scienze della Comunicazione, a lanciarsi in un mondo, come quello della letteratura, un po’ snob e se vogliamo anche elitario, supportato da un editore locale senza puzza sotto il naso, attento alle novità che le nuove generazioni sono in grado di produrre. “Da principio era la neve” non è un monotono serbatoio di storie d’amore, ma contiene tutto, sensazioni, lacrime, sorrisi, ogni curiosa paranoia e ogni piccolo pensiero, dai quali sboccia, fiore raro, il concetto della cura dei sentimenti, di quelli altrui, ma anche dei propri che rischiano, in questa vita precaria, di diventare precari anche loro.
Perché ci fa più comodo forse, ma alla fine rimanere sulla superficie dei cuori, senza farsi strada dentro, come entrarci dentro e poi uscirne di soppiatto senza chiedere permesso, ci toglie da tutte le responsabilità, ma ci nega anche la bellezza del vivere fino in fondo i rapporti con gli altri.
E’ facile scrivere di sogni perché devi rapportarti solo con essi, sono i tuoi e nessuno potrà mai contraddirti. Molto più difficile è invece farlo con la realtà, perché ci siamo dentro, ma Fabio Mele con la sua sensibilità raggiunge l’obiettivo e in questo libro, pagina dopo pagina, ogni lettore può trovare un po’ di se stesso.

 

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