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Maledetta Parigi. “Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti” a Milano

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Maledetta Parigi. “Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti” a Milano

 È un'immagine quasi chimerica quella della Parigi agli inizi del XX secolo che un paio di anni fa anche Woody Allen ha cercato di afferrare nel suo fantasioso Midnight in Paris.

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Per i primi trent'anni del Novecento Parigi diventa l'incubatrice di molti artisti e sodalizi creativi: Kandinsky e Man Ray, Stein ed Hemingway, Cocteau e Rousseau, Apollinaire e Chagall, Utrillo e Rodin, Modigliani e Soutine e tanti altri. È in questa città che si sviluppano alcune delle correnti essenziali dell'arte del secolo scorso e non è difficile immaginare come una tale concentrazione di artisti costituisse lo stimolo alla reciproca creatività. Picasso e Braque danno vita al cubismo, nel 1909 su Le Figarò Marinetti pubblica il Manifesto del futurismo, un giovane Giorgio de Chirico si forma come pittore e Mirò parla a Picasso di Salvador Dalì prima dell'incontro fra i due che avverrà nel 1926.

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Sembra quasi una visione ideale quella che ci appare se immaginiamo questi grandi artisti tutti insieme nello stesso luogo, calamita che li attirava da ogni angolo di Europa, Russia e America. Chi arrivava a Parigi rispondeva al richiamo di una città in fermento non solo artistico e più in generale culturale, ma anche economico e commerciale. Il francese era allora la lingua veicolare e nella ville lumière c'erano molti mercanti, imprenditori, commercianti che spesso e volentieri affiancavano alla loro attività principale quella di mecenati, protettori d'artisti, acquirenti ed intermediari di opere d'arte.

Fra questi vi fu Jonas Netter (1867-1946), scopritore di talenti alsaziano il quale, con parte dei ricavati della sua attività di rappresentate, acquistò numerosi dipinti confluiti in una ricca collezione di capolavori. Per la prima volta in Italia è possibile ammirare questa raccolta grazie alla mostra curata da Marc Restellini “Modigliani Soutine e gli artisti meledetti” a Palazzo Reale (Milano) fino all'8 Settembre 2013, assolutamente da vedere.


 

 

 

Nel percorso vengono presentati più di 120 capolavori di Modigliani, Soutine, Utrillo, Valadon, Kisling ed altri che vissero, animarono e caratterizzarono Montparnasse degli “anni folli” come quartiere di incontri, zuffe, bevute e partite al tavolo di numerosi artisti, scrittori ed intellettuali del Novecento.

Jonas Netter era affascinato dalla pittura ed il suo incontro parigino con Léopold Zborowski, mercante e poeta polacco, fu un evento chiave che lo guidò nell'acquisto di opere di giovani contemporanei talentuosi. Fra queste le tele del giovane Amedeo trasferitosi a Parigi nel 1906 grazie ai soldi che la madre gli aveva portato a Venezia dove studiava all'Istituto delle Belle Arti.

Netter rimase ammaliato da quei colli lunghi ed affusolati, da quei volti stilizzati, così primitivi nelle linee e così moderni nell'irrequietezza da rendere uniche ed ineguagliabili le tele di Modigliani.

L'intuizione artistica di Netter, influenzata dalle conoscenze di Zborowski, fu senza dubbio rivoluzionaria poiché seppe riconoscere capolavori che all'epoca non venivano considerati tali.

Testimonianza concreta della scarsa fortuna artistica di quelle opere nel tempo e nel luogo in cui vennero prodotte, sono le miserabili condizioni di vita nelle quali vivevano gli artisti protagonisti di questa mostra:perennemente sporchi, puzzolenti, trasandati come Soutine, lavoravano in stanze dove i vapori dei colori ad olio, della trementina, del fumo, del vino, delle droghe, delle scatole di sardine (unico nutrimento di Modigliani) creavano un atmosfera dove il confine fra reale e visionario era sempre labile.

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I pannelli di introduzione alle varie sale e gli approfondimenti che si trovano lungo il percorso ci raccontano queste vite da artista nelle quali la produzione di opere sembra essere un intervallo fra il consumo di hashish a buon mercato, assenzio ed alcolici vari, costante povertà, osteggiate e tragiche relazioni amorose come quella fra Modigliani e Jeanne Hébuterne che quasi al termine della gravidanza, due giorni dopo la morte di Amedeo per meningite tubercolotica, si getta dal quinto piano morendo sul colpo.

Da qui l'inizio del mito e della fortuna delle opere di Modì. Non vi è certo necessità di aggiungere dettagli artificiosi alla sua esistenza per renderla prototipo perfetto del dramma dell'artista che avvolge le sue tele e costituisce in parte il richiamo irresistibile cantato dalle curve morbide delle sue cariatidi.

Molte delle opere della collezione Netter -esemplari in merito quelle di Soutine- sono caratterizzate da forti contrasti fauvisti, distorsioni di geometrie e forme che lasciano intuire come la realtà circostante dovesse davvero essere vista in quel modo da vite che filtravano spesso dolori, malattie e dispiaceri attraverso fumi e liquidi allucinogeni.

I capolavori esposti, corredati dai dettagli biografici degli artisti che li hanno prodotti, fanno sorgere spontanea la domanda circa l'inevitabilità del binomio fra l'essere artista e l'avere una vita maledetta. Modì, maudit. Emblematica, facile e per questo sfruttata omofonia che sembra essere presagio inevitabile del destino di Modigliani, una tragedia, come fu quella di altri pittori dell'epoca i quali spesso sceglievano questa maledizione come elemento indispensabile all'estetizzazione del ruolo cui erano devoti.


 

 

 

 

 

 

 

 

Bellissima finestra su una congiuntura importante nella storia dell'Europa del XX secolo, la mostra di Palazzo Reale merita di essere visitata.

Ben strutturata, ben organizzata e ben allestita. La disposizione delle opere costruisce un percorso con una chiara logica narrativa e l'accostamento delle tele è esteticamente gradevole, dettaglio che pare ovvio ma non è affatto scontato. Lo stesso vale per l'illuminazione, giusta nell'intensità e nella posizione, evita a chi osserva l'opera di cimentarsi in contorsioni circensi nel tentativo di evitare riflessi o zone troppo buie.

Nell'ultima sala, fate attenzione ad una piccola porta chiusa con una tenda che non è segnalata se non con una piccola scritta bianca su muro grigio. Nella stanza è possibile sedersi e vedere un video di Corrado Augias che in venti minuti racconta la Parigi di quegli anni e le opere esposte nella mostra; un ottimo modo per concludere il percorso riallacciando tutti i vari fili che si dipartono fin dall'inizio.

 

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