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Il 35% del pesce sul mercato è allevato

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Il 35% del pesce sul mercato è allevato


“L‘alimento di origine ittica costituisce una fonte alimentare preziosa soprattutto in proteine nobili, oltre che una rilevante risorsa economica. Bisogna prendere atto che l’eccessivo sforzo di pesca praticato in questi ultimi anni e soprattutto il mancato rispetto dell’equilibrio rigenerativo, hanno portato ad un grave esaurimento delle riserve ittiche marine.  L’acquacoltura,  principalmente quella marina, compensa la carenza.  In questi ultimi vent’anni si è registrato un notevole incremento, oggi il 35% dei prodotti ittici presenti sui nostri mercati è allevato. Si tratta soprattutto di salmoni, trote, branzini e orate”. È quanto ha dichiarato Renato Malandra del Presidio Veterinario del Mercato Ittico di Milano, intervenuto oggi ad AquaMed 2014, l’evento dell’industria dell’acquacoltura sostenibile, che si è svolto all’Hotel Michelangelo di Milano.

“È importante essere consapevoli che la conservazione delle risorse naturali e la valorizzazione di determinati equilibri sono comunque indispensabili all’acquacoltura, visto che il mangime è costituito principalmente da farina di pesce - ha proseguito Malandra - Il prodotto di allevamento presenta sicuramente lati positivi sotto diversi punti di vista primo tra tutti la continua disponibilità del prodotto a prezzi accessibili che di fatto ha rappresentato il principale contributo all’incremento il consumo di pesce pro-capite in Italia. Le prospettive future dell’acquacoltura devono indirizzarsi su un percorso qualitativo e di trasparenza. È il consumatore che esige, oltre alla sicurezza sanitaria, la qualità e l’autenticità del prodotto che consuma. L’acquacoltura è in grado di fornire queste garanzie. È indispensabile perfezionare le tecnologie di allevamento per ridurre al minimo l’impatto ambientale, inoltre  migliorare la qualità dei mangimi e le condizioni di allevamento significa prevenire le malattie infettive e il conseguente utilizzo di disinfettanti e antibiotici”.

L’acquacoltura svolge quindi un ruolo sempre più importante nel fornire, in modo sostenibile, il pesce che finisce sulle nostre tavole e l’Italia, in questo settore, ha anche un primato. “Nell’acquacoltura di branzini e orate il nostro Paese risulta il primo, in Europa, quanto a minor impatto ambientale. Questo dato è molto importante e le nostre aziende dovrebbero evidenziarlo anche nella loro attività commerciale”, ha detto Paolo Bray di Friend of the Sea.

In altri interventi sono stati sottolineati gli aspetti sempre più importanti per la salute di un’alimentazione in cui il pesce svolga un ruolo fondamentale.

“L’inserimento del pesce nell’alimentazione è consigliato in 2-3 porzioni alla settimana per gli aspetti salutistici che vengono attribuiti a questo alimento - ha spiegato Elena Orban del Centro di Ricerca Alimenti e Nutrizione Cra-Nut - La ricchezza in acidi grassi polinsaturi della serie omega-3 a catena lunga, (20, 22 atomi di carbonio), in particolare l’acido eicosapentaenoico (EPA) (C 20:5 n-3) e l’acido docosaesaenoico, dei quali i prodotti ittici sono l’unica fonte alimentare significativa, sono l’elemento di distinzione dagli altri alimenti proteici. Tali acidi grassi sono considerati di grande efficacia nella prevenzione delle patologie cardiovascolari, ma anche per le proprietà antinfiammatorie e il ruolo nello sviluppo della retina e del sistema nervoso. La quantità di acidi grassi n-3 da inserire nella dieta giornaliera (0,7-1 g/giorno, a seconda delle fasce d’età) viene inclusa, da Società di Nutrizione Nazionali ed Internazionali, tra i livelli di assunzione raccomandati di nutrienti. I prodotti ittici, forniscono inoltre proteine di elevato valore biologico, bilanciate nella composizione in aminoacidi essenziali, ricche di metionina e lisina. Buono è anche il contenuto in minerali, come selenio, iodio, fosforo.  Le specie ittiche di acquacoltura assumono un ruolo sempre più determinante nella moderna alimentazione in quanto la presenza di prodotti allevati sui mercati, per alcune specie, prevale sul selvatico. Lo sviluppo della Grande Distribuzione Organizzata, nel nostro Paese, ha indirizzato la scelta del consumatore verso Orate (Sparus aurata) e Spigole (Dicentrarchus labrax), Trote bianche e salmonate (Oncorhynchus mykiss), Salmone dal nord Europa, “nuove specie da allevamento” come l’Ombrina (Umbrina cirrosa e Argyrosomus regius) ma anche mitili e vongole sempre presenti sui banchi dei supermercati o dei mercati, ad un prezzo inferiore della stessa specie selvatica, perché provenienti da acquacoltura. L’evoluzione dell’acquacoltura italiana ben si inserisce quindi nei nuovi modelli di consumo. Il soddisfacimento dei bisogni primari è stato, infatti, ampiamente raggiunto ed i consumatori hanno modificato le aspettative rivolgendo la loro attenzione alla qualità dei prodotti, alla tracciabilità, alla loro salubrità. L’evoluzione delle tecnologie di trasformazione e packaging ha portato a sviluppare una gamma di nuovi prodotti trasformati (hamburger, panati, fastfish) a base di prodotto allevato e ha portato ad identificare la moderna ristorazione collettiva come canale importante per il consumo dei prodotti dell’acquacoltura nazionale”.

“È ormai ampiamente provato come numerose patologie croniche degenerative (PCD) possano derivare da stili di vita non adeguati, tra i quali uno scorretto regime nutrizionale - ha dichiarato Marco Saroglia del Dipartimento di Biotecnologie e Scienze della Vita, Università degli Studi dell’Insubria, Varese - I costi che la pubblica amministrazione deve affrontare per la cura delle stesse patologie sono molto elevati. Le cifre sono impressionanti: complessivamente, le malattie cardiovascolari in Europa sono costate nel 2006 circa 192 miliardi di euro, dovuti per il 57% (circa 110 miliardi) ai costi sanitari, per il 21% alla produttività persa e per il 22% alle cure informali (82 miliardi). Le spese sanitarie dirette ammontano a 223 euro all’anno pro capite. Per un’altra patologia ad ampia diffusione e chiaramente legata allo stile alimentare, quale il diabete di tipo 2, è di circa 150 euro all’anno pro capite il costo in Italia, con 9 miliardi di euro a livello. Pur con differenze regionali dovute alle abitudini locali, sono le malattie che hanno i costi economici, oltre che umani, più elevati d’Europa. A queste dovremmo aggiungerne altre quali l’ipertensione, il cancro del colon-retto, la depressione, tutte patologie almeno in parte prevenibili, o ritardabili nel ciclo di vita individuale, con un corretto stile di vita ed una corretta alimentazione in particolare. Nonostante queste conoscenze, le amministrazioni pubbliche di tutto il mondo occidentale che tanto investono nelle cure, si tratta di parecchi miliardi solo in Lombardia, non investono a sufficienza nella prevenzione. Le conoscenze attuali nei campi della biologia e della medicina preventiva, assieme alle tecniche di studio disponibili, potrebbero consentire una sensibile riduzione percentuale delle incidenze, assieme ad un ritardo dell’età media di comparsa. Sebbene non si disponga al momento di statistiche sufficientemente aggiornate, è evidente come il risparmio che l’Amministrazione Regionale Lombarda otterrebbe da un solo punto percentuale di riduzione dell’incidenza, ammonta a 40 milioni/anno ed un solo anno di ritardo nell’età media di comparsa delle stesse PCD, rappresenterebbe un risparmio nell’ordine di 40 miliardi per una intera generazione di 10 anni”.

 

“La crescita e l'intensificazione dell'acquacoltura hanno causato l'incremento della domanda della farina e olio di pesce per la produzione di mangimi; pertanto alla luce di un ulteriore aumento della richiesta di questa risorsa, sembra profilarsi una sostenibilità limitata di tale approvvigionamento.

A conti fatti, una parte importante della produzione mondiale di acquacoltura va a sommarsi alla fornitura e allo sfruttamento delle risorse ittiche - ha detto Silvio Mangini di Archimede Ricerche - Tuttavia, se l'intenzione dell'industria dell'acquacoltura è quella di sostenere il suo contributo all'approvvigionamento ittico è necessaria la riduzione del "pescato" nell'industria mangimistica e l'adozione di una pratica di gestione ecologicamente più sostenibile. Il pesce e l'olio di pesce sono le fonti più comuni di acidi grassi poli-insaturi a catena lunga (LC-PUFA, long chain polyunsaturated fatty acid/) ossia gli omega-3 e omega-6. I pesci accumulano PUFA grazie ad una catena alimentare che prende origine dal fitoplancton (ossia le microalghe) che rappresenta il produttore primario di queste molecole. Il problema della sostenibilità ecologica della pesca destinata alla mangimistica si collega ad un altro tema rilevante, ovvero la possibile presenza di contaminanti (tossine, metalli pesanti, molecole diossino-simili) dovuti all’inquinamento ambientale e concentrate nelle carni del pesce da cui si ottengono le materie prime citate. La coltivazione intensiva ed in ambiente qualitativamente certificato di microalghe ad alto contenuto di PUFA rappresenta una interessante fonte alternativa di grassi ad elevato valore nutrizionale ed in qualche misura anche di farine proteiche di valore. Oltre alla grande quantità di proteine, acidi grassi, vitamine e fitosteroli le microalghe possono biosintetizzare ed accumulare carotenoidi che agiscono come antiossidanti. Questi pigmenti, di cui l'astaxantina è il maggior rappresentante, sono ampiamente utilizzati nella mangimistica del salmone; si stima che il mercato mondiale di questo carotenoide nell'ambito dell'acquacoltura sia di 200 milioni di dollari, con un prezzo medio di 2500 dollari al chilo. E' stato dimostrato in diverse specie ittiche allevate (trota salmonata, carpa, salmone e orata del mar rosso) che le carni dei pesci nutriti con microalghe (quindi microorganismi completi) presentano una migliore deposizione e ritenzione di pigmento rispetto ai pesci nutriti con il solo carotenoide sintetico. A fronte di queste vantaggiose caratteristiche organolettiche, rimane la difficoltà di abbattimento dei costi di produzione della biomassa microalgale, che resta economicamente poco competitiva rispetto al pigmento sintetico. In conclusione, mentre l’applicazione su scala commerciale delle microalghe in acquacoltura è attualmente confinata all’avannotteria in configurazione di autoproduzione di nicchia, e a relativamente piccole quantità di mangimi speciali, il potenziale di sviluppo è vasto a condizione di ridurre e superare il gap tecnologico che porta agli attuali elevati costi di produzione”.

 

Francesca Trulli, del Dipartimento di Scienze degli Alimenti Università degli Studi di Udine,  intervenuta sul tema dell’impiego di biomasse di microalghe marine nei mangimi per spigola, ha detto: ”L’acquacoltura è già un’attività che si caratterizza per l’ottima conversione di materie prime in proteine di alta qualità e molti sforzi sono stati intrapresi negli ultimi decenni per rendere questa attività produttiva ancora più sostenibile. L’impiego di risorse naturali quali farine e/o oli di pesce nei mangimi è stato drasticamente ridimensionato e sostituito da un maggior impiego di ingredienti di origine vegetale; tuttavia esistono ancora delle ampie opportunità per ancor meglio coniugare la sostenibilità dell’attività produttiva e la garanzia di qualità del prodotto per il consumatore. Una di queste è rappresentata dall’impiego delle microalghe quali ingredienti alternativi nei mangimi impiegati in acquacoltura. Le biomasse di microalghe rappresentano un potenziale ingrediente che si caratterizza per l’elevata sostenibilità e l’elevato valore nutrizione sia in termini di contenuto proteico e lipidico che in termini di qualità dell’apporto di acidi grassi omega 3 a lunga catena. Le ricerche condotte negli ultimi anni in collaborazione tra l’Istituto per lo Studio degli Ecosistemi  del CNR di Firenze, il Dipartimento di Biotecnologie Agrarie dell’Università di Firenze e il Dipartimento di Scienze degli Alimenti dell’Università di Udine hanno voluto saggiare su scala pilota l’effetto di mangimi in cui le microalghe erano incluse a livelli diversi in sostituzione della farina e dell’olio di pesce sulle performance produttive e sulla qualità della porzione edule delle spigole in condizioni controllate di allevamento. I risultati sono stati molto incoraggianti. L’inclusione di opportune combinazioni di diverse specie di microalghe ha infatti consentito la sostituzione di quote importanti di farina e/o olio di pesce nel mangime senza pregiudicare l’accrescimento degli animali nonché garantendo le sue ben note proprietà salutistiche”. 

 

Ulteriori informazioni sono disponibili all’indirizzo www.aquamed.it.

 


Fonte notizia: http://www.aquamed.it


acquacoltura | AquaMed |



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