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Nel nome del figlio. Le valenze trasformative della Consulenza Tecnica d’Ufficio nei casi di separazione genitoriale.

scritto da: Aurelia | segnala un abuso

Nel nome del figlio. Le valenze trasformative della Consulenza Tecnica d’Ufficio nei casi di separazione genitoriale.


L’ambito della psicologia giuridica civile che si occupa dell’affidamento dei figli nei casi di separazione e divorzio, prevede che il giudice nomini un consulente tecnico d'ufficio, figura ausiliare che può assistere il magistrato nell’acquisire le conoscenze necessarie per valutare la situazione presa in esame.
 Innanzitutto, è utile fare chiarezza sui termini “perito”, “perizia” e “consulenza tecnica”, che spesso vengono indistintamente usati in ambito psicogiuridico.
Il Consulente Tecnico d’Ufficio (CTU) è un esperto con specifiche competenze tecniche professionali, adeguate alle richieste del giudice e di norma si tratta di uno psicologo, di uno psichiatra o di un neuropsichiatria infantile.

Più precisamente, “il CTU è considerato una figura di ausiliario del giudice, a cui viene affidato il compito di supportare l’attività intellettiva di quest’ultimo attraverso l’apporto delle cognizioni tecniche che si rendano, nella circostanza, necessarie ai fini della decisione della controversia” (Consolo e Luiso, 1997).

Nel processo civile l’esperto è chiamato “consulente tecnico d’ufficio” e la relazione dal lui elaborata è indicata come CTU, cioè “consulenza tecnica d’ufficio”.

In ambito civile, è uso corrente usare l’acronimo CTU per indicare sia lo psicologo ausiliario del giudice, sia l’iter valutativo da lui condotto che la relazione scritta redatta al termine della consulenza.

Nei casi di separazione è competente la sezione civile del Tribunale Ordinario; nelle situazioni in cui non vi è presenza del vincolo del matrimonio la competenza spetta al Tribunale per i Minorenni.

Qualora la richiesta di revisione delle decisioni prese dal giudice in merito all’affidamento della prole nei casi di separazione e divorzio prevede una consulenza tecnica d’ufficio, inevitabilmente la figura del consulente viene immessa nel contesto giudiziale e si inserisce all’interno del processo.

Oramai nella nostra epoca la separazione coniugale non costituisce più una circostanza eccezionale nella quale incorrono poche coppie; bisogna però evitare il rischio che la normalizzazione si trasformi in banalizzazione, infatti se si tiene conto solo degli aspetti pragmatici e cognitivi delle dinamiche di separazione dimentichiamo che anche ciò che è abituale è doloroso.

Attualmente, la separazione coniugale prevede due possibili forme: quella consensuale e quella giudiziale che viene richiesta quando si verificano “fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio per la prole” (art. 150 c.c.).

Nella separazione consensuale, i coniugi sono liberamente responsabili dei provvedimenti riguardo ai futuri rapporti di relazione tra di loro e con i figli, oltre che della spartizione dei beni economici e patrimoniali.

Nella separazione giudiziale, è al giudice che spettano le decisioni riguardo al futuro del nucleo allevante; uno degli aspetti sul quale il giudice è tenuto a rispondere è l’affidamento della prole, stabilendo la misura in cui ciascun genitore deve contribuire al mantenimento, all’istruzione e all’educazione dei figli (art. 151 c.c., v. artt. 147, 148 c.c.).

In genere, i figli sono molto coinvolti nelle separazioni giudiziali perché, anche se entrambi i genitori continuano dopo la separazione ad occuparsi della loro educazione, sono in disaccordo su molte questioni riguardanti l’ambito formativo degli stessi; spesso lo erano anche prima della separazione. Essi tendono ad instaurare genitorialità parallele e il conflitto trae alimento proprio da questa relazione simmetrica sulla genitorialità. Quella che prima era una relazione simmetrica coniugale adesso diventa una relazione simmetrica sulla genitorialità.

Ad oggi, le alternative nell’affidamento sono le seguenti:

    affidamento esclusivo, ovvero al padre o alla madre;
    affidamento alternato, ovvero un periodo con l’uno e un periodo con l’altro;
    affidamento scisso, ovvero un figlio con un genitore e l’altro con l’altro genitore;
    affidamento a terzi, ovvero gravi casi in cui ci sia la probabilità di perdita della potestà genitoriale e il minore venga affidato a parenti prossimi, tutori o comunità per minori o strutture specifiche;
    affidamento congiunto, ovvero le responsabilità decisionali e parentali sono attribuite ad entrambi i coniugi;


    con la riforma dell’art. 155 c.c. e con la L. 54/2006, si individua e promuove l’istituto dell’ affidamento condiviso, nel quale la potestà genitoriale è esercitata da entrambe i genitori e le decisioni di maggiore interesse per i figli (istruzione, educazione e salute) sono assunte di comune accordo tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli.
Attraverso tale forma di affidamento, viene introdotto il principio della bigenitorialità. Tale riforma si pone in continuità con la precedente normativa, poiché resta immutata la finalità di tutelare l’interesse del minore.

Molto spesso, “la diatriba e la tensione fra i genitori si polarizza sulle questioni riguardanti l’affidamento dei figli. Essi diventano oggetto della contesa, per vincere la battaglia (un tipico gioco a somma zero in cui se io vinco, tu perdi) i coniugi sono spesso disposti a tutto” (Cigoli et al., 1988)

Tale dinamica relazione nella coppia, conduce a ricercare, nel contesto giuridico, una figura dotata di potere decisionale, così che “il potere paternalistico del giudice, attribuendosi il diritto di decidere al posto delle parti, ricade sulla testa delle coppie conflittuali, stigmatizzando arbitrariamente, a volte uno, a volte entrambi, dandone per scontata l’immatura capacità di autoregolarsi...
Una sostanziale differenza tra la disciplina giuridica e la disciplina psicologica risiede nel fatto che, mentre la prima ricerca la “verità storica”, che si fonda sui fatti e le azioni commesse, la seconda è più interessata alla “verità narrativa” della persona, riferita ai vissuti psicologici sottesi ai comportamenti agiti.

Dunque, la consulenza tecnica d’ufficio avviene all’interno di un contesto in cui sono presenti diversi sistemi: le Parti, il minore, la famiglia/le famiglie d’origine, i sistemi amicali della coppia, gli avvocati, i consulenti, eventuali sistemi di operatori di servizi socio-sanitari coinvolti, etc... Ciascun sistema si “muove” secondo le proprie istanze, attese, compiti e ruoli, contribuendo a creare il percorso peritale.
E’ bene tener presente che l’esperto incaricato non ha effettiva responsabilità decisionale e non è, in nessun caso sostituto del giudice, il quale resta “peritus peritorum”, ovverosia l’unica figura legittimata in termini decisionali.

L’inganno che spesso si crea è che il consulente sia una figura neutrale. Tale illusione di neutralità consiste nel credere di essere collocati in posizione esterna rispetto ai conflitti giocati dagli attori coinvolti nel processo, una posizione privilegiata utile per osservare e valutare al fine di dare una risposta corretta al quesito posto.

Nel lavoro dello psicologo forense, i compiti fondamentali in sede di consulenza tecnica d’ufficio e in tema di valutazione della genitorialità sono rivolti fondamentalmente a un obiettivo di natura valutativa. Tale mandato si traduce operativamente in un processo di osservazione critica, di raccolta e di organizzazione funzionale di una serie di informazioni rilevanti per fornire al giudice quegli elementi di valutazione che gli consentono di raggiungere decisioni o convinzioni nel modo più informato possibile.
Nello svolgimento dell’attività peritale, tuttavia, a volte ci si trova a dover attuare altri interventi oltre a quello valutativo, che sconfinano nell’area clinica o terapeutica.
Il consulente non deve avere pretesa di risolvere i problemi, bensì di renderli dicibili e per questo affrontabili o perlomeno gestibili.

Quando due coniugi decidono di separarsi è relativamente frequente che si contendano l’un l’altro, e per un periodo più o meno lungo, gli elementi che ne hanno caratterizzato la loro unione, tra questi purtroppo anche i figli.

Uno dei compiti più delicati per le coppie disgregate, allora, consisterà nel ridefinire la loro relazione come genitori all’interno della nuova situazione familiare, effettuando una netta demarcazione tra ruoli matrimoniali da un lato e ruoli genitoriali dall’altro. Se si confondono i due piani, quello coniugale e quello genitoriale, si va incontro a gravi problemi e ciò è fonte di difficoltà nel lavoro con le famiglie impegnate nel processo di separazione-divorzio.
E’ esperienza clinica diffusa che l’esclusione di uno dei genitori, la svalutazione del genitore allontanato e la continua messa in dubbio della fedeltà del bambino siano situazioni che, alla lunga, portano allo sviluppo di una serie di psicopatologie.
Con la separazione e il divorzio ciò che si vuole disfare è il patto coniugale e il legame della relazione, ciò che invece è indissolubile, sia sul piano biologico che psicologico, è la relazione tra genitore e figlio.
Quando un bambino è costretto a negare e a rinunciare ad uno dei due genitori non rinuncia solo alla persona fisicamente percepibile, ma anche alla attivazione dell’immagine interna corrispondente a quella persona.

Lo psicologo forense dovrebbe muoversi sul duplice binario dell’osservazione e valutazione del sistema familiare per aiutare il giudice nelle sue decisioni, e aiuto e sostegno alla coppia genitoriale per l’individuazione dei ruoli più funzionali da impersonare per appianare il conflitto.

L’esito di un buon percorso peritale dovrebbe essere la modifica di alcuni patterns disfunzionali che altrimenti cronicizzano, congelandola, la separazione e impediscono la possibilità di pensare a un presente e a un dopo-separazione.

Se il procedimento di consulenza riesce ad assumere il significato di una prima tappa in un percorso di modificazione dei rapporti personali, è possibile distogliere la coppia dalla tentazione distruttiva di fare dello stesso un momento di giudizio universale sul passato, senza riuscire a cogliere le risorse trasformative presenti in ciascuno, nel solo, incondizionato, benessere psichico della prole.

In tal modo, il percorso di consulenza tecnica d’ufficio può assolvere al compito di costruire ponti tra mondo femminile, mondo maschile e pianeta infanzia. Una volta gettato il ponte il resto viene da sé, perché le famiglie sono strutture affettive con un potenziale creativo inesauribile, spesso irrigidite e congelate in inutili lotte di potere ed incomprensioni relazionali.

La prospettiva è di pensare al processo di separazione quale fase di cambiamento che conduce l’intero sistema-famiglia a sviluppare una diversa identità, con un ampliamento degli spazi d’autonomia di ciascuno e una ridefinizione delle funzioni, dei compiti e delle responsabilità genitoriali.

“Così a poco a poco la dissociazione coniugale si trasforma in una intesa genitoriale, quella che è veramente indispensabile per l’equilibrio dei figli” (Bollea, 1995).

Operando in tal senso, l’ambito della consulenza tecnica può permettere alla coppia di ricercare spazi di confronto e riflessione, che si manifestano solo se si depongono le armi della rivendicazione e dell’ostilità.

Pertanto, la consulenza tecnica d’ufficio, ponendosi quale intervento plurisistemico, potrebbe porsi anche come utile spazio per agevolare la transazione verso contesti di mediazione familiare o nell’ambito dei servizi attrezzati ad accogliere e comprendere gli aspetti affettivi della separazione, nonché in contesti di consulenza psicologica per affrontare il disagio dei figli, aiutando le famiglie a disinvestire le proprie energie dalla battaglia legale per assumersi la responsabilità della dimensione bi-genitoriale.


Fonte notizia: http://www.psicoitalia.it/informazioni/psicologi/area-pubblica/qnel-nome-del-figlioq-le-valenze-trasformative-della-consulenza-tecnica-dufficio-nei-casi-di-separazione-genitoriale.html


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