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Intervista a Gianfranco Bernes autore di un interessantissimo libro su Franco Basaglia e sull’esperienza di Trieste.

scritto da: Aurelia | segnala un abuso

Intervista a Gianfranco Bernes autore di un interessantissimo libro su Franco Basaglia e sull’esperienza di Trieste.


Gianfranco Bernes è autore del volume “Testimoni del passato. Gli anni intensi di Trieste fra psichiatria e antipsichiatria” pubblicato da Edizioni Psiconline nella Collana “A Tu per Tu”.
Un libro che, pur nella sua concreta cronaca dei fatti e dei contesti verificatisi a Trieste verso la metà degli anni ’70, è leggibile e godibile come un romanzo, come un continuo racconto di fatti, persone, contesti che pian piano introducono alla scoperta dei vissuti dei protagonisti sia all’interno che all’esterno dell’istituzione manicomiale.
Una narrazione partecipata che aiuta a comprendere a fondo le scelte compiute da Basaglia e dal suo gruppo di lavoro in quegli anni così difficili ma anche così produttivi e così eccitanti da vivere.

D. Il tuo libro, intenso e vissuto, ha trovato una risposta decisamente interessata da parte dei lettori che si sono trovati fortemente calati nell’atmosfera e nella vita di anni così particolari e coinvolgenti…
Perchè parlarne di nuovo? Perché non “mettere in soffitta” argomenti ormai legati ad oltre trent’anni fa…

R. Erano anni difficili dove le contestazioni muovevano masse sempre più numerose per dar inizio alla “rivoluzione culturale”. Ho voluto riproporre un periodo storico della psichiatria e del Paese innanzitutto per me stesso e poi perché mi ero reso conto che quegli anni, mai dimenticati, erano poco conosciuti e con molte lacune. Ho cercato di raccontare la distruzione del manicomio riproponendo i fatti accaduti in quel periodo e di descrivere il duro lavoro di Franco Basaglia che, con i suoi collaboratori, combatté una guerra con tanti nemici e pochi alleati.

D. Tu parli di cose viste e vissute direttamente, prima come giornalista e poi come medico. Quale la differenza fra i due vertici interpretativi?
R. Nessuna differenza, anche se ho vissuto il primo impatto con due occhi diversi: uno indagatore che coglieva le immagini da riportare e l’altro attraverso la fenomenologia con la sua analisi dell'”esserci qui e ora”. Però il disagio nell’affrontare questo percorso fatto di dolore, di violenza e di diversità spesso mi ha trovato impreparato nel cogliere il passato e nel cercare di comprendere il futuro.

D. Cosa ti ha coinvolto particolarmente dell’esperienza di Trieste? I pazienti, l’Istituzione, il cambiamento o cosa?
R. I pazienti avevano sposato l’istituzione. Tutto era segnato da ritmi cadenzati e i ricoverati, o meglio i reclusi, facevano parte di quelle vecchie e malandate strutture che li accoglievano. Erano i muti testimoni degli enormi stanzoni privi di qualsiasi conforto. Sembrava impossibile un cambiamento perché tutto era radicato e consolidato. La gran parte delle persone non presentava quella pericolosità che la gente comune credeva. Certo i rissosi e i violenti non mancavano, come non mancavano “fuori”, dove vivevano i “normali”.
All’inizio i “matti”, ma pure il personale infermieristico, subirono il trauma della trasformazione. Tutto era incomprensibile e la maggioranza riteneva che il nuovo sarebbe stato peggio del vecchio.
La forza, la comprensione e la dedizione degli operatori furono presto recepite e allora fu vera commozione nel vedere i pazienti animarsi in tutte le attività e ritrovare la fiducia, il sorriso e la voglia di ricominciare.
Aveva ragione Basaglia nel dire “non esistono i matti, esiste la malattia”.


D. Raccontaci in breve la tua esperienza di contatto con il mondo manicomiale e con i suoi cambiamenti…
R. Il contatto indubbiamente mi ha segnato. La follia mi è parsa una maschera del mistero, e pertanto rispettata anche se poteva intimorire. Quel mistero mi ha coinvolto e da allora mi sono posto domande e ho cercato risposte attraverso volti catatonici ma anche espressivi. Vivere un cambiamento non è semplice, lo diventa se si ha un obiettivo e se si ha coscienza di ciò che si fa. E’ come un trasloco: si eliminano cose vecchie e inutili per dare luce e spazio al nuovo. Con Basaglia il cambiamento era vissuto alla giornata, perché tutto poteva succedere in ogni momento. E in effetti succedeva di tutto. Lui però riuscì sempre a guardare avanti e a trainare il gruppo, anche in momenti di tensione e di difficoltà

D. Lavorare in una struttura psichiatrica in genere lascia il segno! Il contatto con le parti più profonde della psiche umana che esplodono all’improvviso, il fiorire di racconti spesso fantastici, i deliri così floridi da sembrare reali e così coinvolgenti da portarti quasi a farne parte… vuoi parlarcene…
R. Non è possibile comprendere la follia occupandosi solo di follia. In psichiatria le idee hanno un fascino, maggiore dei fatti. Talvolta trasbordano in quell’atmosfera delirante dove emergono timori e paure ancestrali e primitive, pulsioni fondamentali ed elementari, bisogni profondi ed essenziali. Altre volte spingono la fantasia ad abbracciare l’arte e la cultura. Nel contesto psichiatrico esistono estro, allegria, dolore, pericolosità e violenza e la vita psichica può essere solo compresa e non spiegata: ecco perché oggetto della psichiatria deve essere l’uomo intero, l’uomo vivo.

D. Chi era Franco Basaglia? Come lo descriveresti? Raccontacelo, se lo ritieni opportuno…
R. Di Franco Basaglia il mio libro credo dia un’immagine profonda e non retorica. Era una persona colta, intelligente e amante dell’arte. L’ho apprezzato come uomo e come medico. Aveva le idee chiare, anche se non condivise da tutti, ed era infaticabile nel lavoro. Sempre disponibile con il suo sguardo profondo e diffidente che spesso si illuminava con un sorriso. Aveva un portamento spiritoso che lo portava a battute scherzose, anche se fondamentalmente era triste e non aveva una visione positiva della vita. Purtroppo se ne è andato presto, forte di se stesso ma senza sapere il valore di ciò che aveva fatto.

D. Oggi si parla sempre più spesso di un ritorno al passato. Non nelle stesse forme, ovviamente, ma l’idea di una nuova istituzionalizzazione della “malattia mentale” prende corpo sempre più facilmente e sembra convincere sempre più soggetti.
Tu cosa ne pensi?

R. Dal 1978 periodicamente si parla della “legge Basaglia”, la 180, dimenticando che quando fu varata era ancora in embrione e lo stesso Basaglia la definì una legge quadro che andava vista e corretta con l’esperienza sul campo. Ebbene, da allora parole e proposte, quasi tutte in senso critico, non sono mancate. Oggi si dice che necessitano servizi sostitutivi, che non è stato predisposto il dopo chiusura del manicomio, che le Regioni non erano pronte a ricevere sul territorio i “matti” ma poco si parla dei bisogni del malato, della prevenzione, della cura e della riabilitazioni. Ci sono realtà dove il lavoro sul territorio è attivo ed efficace, per esempio a Trieste, in altre zone il lavoro è più difficile per vari motivi, tra i quali quello più evidente è la carenza di personale qualificato. A questo aggiungerei pure un aspetto politico-amministrativo legato alla sanità che vede ancora la psichiatria come una branca isolata.

D. Il tuo affetto per i “matti” traspare dalle pagine del libro e coinvolge il lettore che penetra profondamente in quelle situazioni che sono così complesse da descrivere e capire eppure emergono così nitidamente dal tuo libro. Cosa ti ha arricchito del contatto con loro?
R. Con loro ho trovato entusiasmo, delusioni, drammaticità, indignazione e profonda umanità, fenomeni tutti legati ai vari momenti della vita e alle singole persone. Descrivere il disagio di un paziente illumina la fantasia ma trova una penna senza inchiostro, perché “tradurre” le poche idee del folle, la paura della contaminazione dell’ossessivo, l’ombra di persecuzione dello schizofrenico o l’incapacità e il nulla del malinconico non può dare quelle sensazioni emotive proprie del contatto, poiché è attraverso la vicinanza e la relazione diretta che si può vivere quel mosaico di vite mancate in cui rispecchiare la nostra normalità.

D. Forse siamo stati troppo intimistici e abbiamo cercato di costringerti a parlare di cose che avresti magari voluto evitare ma siamo certi che quello che emerge da queste brevi domande e dalle tue risposte sia davvero utile a chi ci legge ora e che può ritrovare nelle pagine del tuo libro le stesse sensazioni e le stesse emozioni.
Vogliamo concludere con una specie di gioco. Poniti nei panni di una qualsiasi persona che si trova fra le mani il tuo libro e lo sfoglia per capire cosa contiene e dicci per quale particolare motivo dovrebbe aver voglia di acquistarlo e leggerlo ….

R. Manicomio e carcere nella letteratura e al cinema hanno sempre riscosso consensi, se non altro per la curiosità che tali argomenti infondono. Fortunatamente per la gran parte della gente questi luoghi di segregazione sono appresi dalle letture o dai filmati, ma non sempre la realtà è espressa senza fantasia. Nel mio libro di fantasia ce ne ben poca; infatti ho voluto riproporre cronologicamente tutto quanto successe in quegli anni riportando fedelmente i fatti: una vera cronaca-storia del periodo. Che poi il libro possa piacere, questo non sta a me dirlo. Posso solamente riportare il commento di un lettore: “ho rivissuto quegli anni come un flash ma con tante luci in più”.


Fonte notizia: http://www.psicoitalia.it/informazioni/psicologi/area-pubblica/intervista-a-gianfranco-bernes-autore-di-un-interessantissimo-libro-su-franco-basaglia-e-sullesperienza-di-trieste.html


anni settanta | antipsichiatria | basaglia | bernes | malattia mentale | manicomio | matti | psichiatria | trieste |



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