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Moral Hazard e non lo chiamano imbroglio, socializzare le perdite e privatizzare i profitti

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Attenzione partiamo dall’Irlanda, ma non la stiamo prendendo larga, perché la via per la bancarotta nazionale è vicina anche per l’Italia. …Irlanda, quando la bolla immobiliare finanziaria si gonfiava la chiamavano la “Tigre celtica”. Dal boom economico che aveva trasformato il Paese da una delle nazioni più povere d’Europa a una delle più ricche. Un Paese che ha conosciuto uno straordinario sviluppo economico negli anni ’90 grazie soprattutto ai cospicui contributi economici dell’Unione europea, ad una politica di deregolamentazione del mercato del lavoro e a una politica fiscale che ha incoraggiato gli investimenti esteri. Una sorta di “paradiso fiscale” per chi andava a investire nell’isola di smeraldo, soprattutto investitori americani e di alcuni Paesi europei. Ben presto però gli investitori americani se ne sono andati per spostarsi verso altri lidi, come l’India o altri paesi dell’Est europeo, portando con sé anche la manodopera con una ricaduta occupazionale sulla popolazione irlandese che non è stata al livello di quello che erano state le aspettative. Oggi la “Tigre” per gli irlandesi si è trasformata nella loro croce, ma nulla a che spartire con la “Croce celtica” simbolo dell’albero della vita, qui piuttosto siamo di fronte al presagio dell’Apocalisse. Se questo è il futuro, non ha un bell’aspetto. Un camion carico di cemento, lanciato a tutta velocità, che sfonda i cancelli del Parlamento. Manifestazioni di protesta nelle piazze. Picchetti di dimostranti attorno alle banche. Quartieri fantasma di case mai terminate, tra cui si aggirano cani randagi e cavalli selvaggi. Lunghe code di disoccupati agli uffici di collocamento. Fine dell’immigrazione (di questo qualcuno sarebbe certo contento) e ritorno dell’emigrazione: la gente parte di nuovo per l’America, come ai tempi della grande carestia degli Anni Venti, quando l’Irlanda si svuotò perché non c’era più da lavorare e praticamente nemmeno da mangiare. Dublino, in questo ottobre 2010, è un buon punto di osservazione per capire cosa potrebbe accadere in tutta Europa, se la fragile ripresa seguita alla peggiore recessione del dopoguerra dovesse tramutarsi in una seconda crisi economica.
Premessa – Questa volta il buco nero dell’Anglo Irish Bank è stato veramente inimmaginabile ma solo per grandezza e la Banca irlandese è un morto vivente. Lo Stato però ha deciso di socializzare le perdite per cui pagheranno tutti i cittadini irlandesi, compresi quelli che non hanno mai investito in bond e affini in tutta la loro vita, i figli e i figli dei figli chissà per quante generazioni porteranno la croce celtica del debito al collo. E dunque austerity, austerity, austerity… E se tutto questo non basta l’Irlanda si prepara ad essere il Paese con il peggior deficit mai registrato in uno Stato dell’Unione europea con il 32% di disavanzo pubblico. L’Irlanda per attenuare la crisi dovrà ricorrere agli aiuti del fondo europeo. E se facesse default il Paese e la sua Anglo Irish Bank… Evidentemente il sistema bancario e finanziario, che si sarebbe così ben risanato rispetto all’anno scorso tanto da superare in scioltezza i terribili stress-test-di-tutto-relax, non sarebbe ancora abbastanza “forte” da sopportare anche il minimo scossone…
Tutto questo lo chiamano Moral Hazard ma noi preferiamo chiamarlo imbroglio… ll moral hazard (“azzardo morale“) è un termine che esprime il fatto che un soggetto corre più rischi del dovuto, perché si considera “esonerato” dalle conseguenze del rischio. Non comporta necessariamente una valutazione in senso etico: in altre parole, non deve esserci una volontà di “imbrogliare” per parlare di moral hazard. Infatti si tratta di un termine che si è diffuso inizialmente nel mondo assicurativo, per descrivere il fatto che i soggetti assicurati tendono a prendere precauzioni minori per evitare gli eventi sfavorevoli per cui sono assicurati (es. chi non è assicurato contro il furto dell’auto starebbe più attento che non gli venga rubata).
Il concetto è applicabile pienamente anche nel campo del management di banche e istituti finanziari, con la differenza che l’”assicurazione”, nel contesto in cui abbiamo parlato noi di moral hazard, è costituita dalla implicita certezza che ci sarà un intervento statale se le cose “andassero troppo male”.
La socializzazione delle perdite descrive invece il fatto che le perdite non sono sostenute dall’azienda o dal management, ma vengono ricoperte da un intervento dello Stato, che in altre parole vuol dire che le perdite sono accollate alla collettività, e quindi “socializzate”. La socializzazione delle perdite non è di per sé un problema, se non fosse che fa il paio con profitti che rimangono strettamente privati. Di conseguenza, si crea una situazione di moral hazard, in cui è incentivata l’assunzione di rischio. Un esempio per capirsi: supponiamo di dover scegliere tra puntare a testa o croce 5 o 10 Euro (e quindi poter perdere o vincere 5 o 10 euro). In condizioni normali, l’avversione al rischio incentiva a scegliere di puntare 5 euro. Ma se alle “regole” aggiungiamo che se si perde qualcun’altro ci ridà i soldi che abbiamo perso, è ovvio che si sceglierà di giocare 10 euro, dato che massimizza il possibile guadagno mentre la perdita rimane invariata.
La storia industriale del Paese Italia è piena di “Moral Hazard” a partire dal più eclatante caso della Fiat. Il problema da noi è che non solo non si riesce a fare sistema, ma il “Moral Hazard” lo pagheremo tutti per le prossime generazioni come l’Irlanda, garantito. Continua a leggere

rassegna stampa economia 12 ottobre 2010 | moral hazard | tigre celtica | bolla immobiliare finanziaria | deregolamentazione del mercato del lavoro | disoccupazione | anglo irish bank | romano prodi | deficit | management di banche ed istituti finanziari | soc |



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