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TRUE DETECTIVE 2: “DOWN WILL COME”. LA RECENSIONE DEL QUARTO EPISODIO

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TRUE DETECTIVE 2: “DOWN WILL COME”. LA RECENSIONE DEL QUARTO EPISODIO

TRUE DETECTIVE 2: "DOWN WILL COME", LA RECENSIONE DEL QUARTO EPISODIO 

ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER 

Con il quarto episodio della seconda stagione si cambia ancora mano e, questa volta, il passaggio di consegne si avverte più del primo. Il pilota ed il secondo episodio sono stati diretti da Justin Lin, noto per essere il regista di quattro capitoli della popolare serie cinematografica  Fast and Furious, il terzo è toccato a Janus Metz Pedersen, un documentarista specializzato in reportage di guerra e il quarto è stato affidato a Jeremy Podeswa, regista di alcuni episodi di The Pacific, di Boardwalk Empire e True Blood. Down Will Come può essere tranquillamente diviso in due parti. I primi 45 minuti continuano a seguire le indagini sulla morte di Ben Caspere e, quindi, il percorso psicologico dei quattro protagonisti. Il finale si consuma tutto attorno ad uno scontro a fuoco tra forze di polizia e messicani, con esiti cruenti. Il passo della narrazione muta repentinamente e assume tonalità cinematografiche di grande effetto scenico, ma di scarsa rilevanza. Se l'intento era quello di catturare l'emotività dello spettatore medio, allora dobbiamo dare atto al duo Jeremy Podeswa, Nic Pizzolatto, di essere riusciti nell'intento. Se c'erano altre finalità, francamente non me ne sono accorto. Insomma, per farla breve, il finale di Down Will Come è un massacro, con tanto di schizzi di sangue e uccisioni barbare di civili innocenti. Alla fine solo i "nostri" tre eroi resteranno in piedi. Insomma troppi cliché da cinema americano di largo consumo e un esito scontato, per non dire banale. 

Procediamo con ordine. Fank Semyon (Vince Vaughn) e la compagna Jordan (Kelly Reilly) affrontano il discorso, lasciato in sospeso, di avere un figlio. 

"Dobbiamo decidere se prendere un altro appuntamento dal dottore", gli dice Jordan, dopo che Semyon ha finito di discutere piuttosto animatamente con un giardiniere a proposito di alcuni alberi di avocado rinsecchiti. Sterile è la terra, sterile è il letto del boss di Vinci. I ragionamenti della coppia sulla possibilità di avere un figlio hanno sempre qualche riferimento alla terra.

"Penseremo al bambino non appena si saranno calmate le acque" le risponde Frank.

"Forse l'abbiamo affrontata nel modo sbagliato", insiste lei.

"In che senso, esattamente? Ci sono così tante cose che stanno andando nel modo sbagliato", risponde lui indicando la terra del giardino, "che ho perso il quadro generale".

"Il bambino. Forse dovremmo pensare a delle alternative", continua la donna.

"A cosa? Un altro cane?"

"L'adozione", riesce a dire finalmente Jordan.

"No.Non si sconta la pena di qualcun altro. Mio figlio posso capirlo. Sì, è mia responsabilità. Ma non ci si accolla la sofferenza di qualcun altro".

"Un bambino non è una sofferenza".

"Intendo che ognuno ha le proprie sofferenze. Non è lo stesso per te, per me, per ogni altro sfigato sul pianeta? Almeno se è tuo figlio sono i tuoi peccati".

"E se non potessi concepire un bambino?"

"Perché non dovresti? Hai detto che sei già rimasta incinta..."

"Forse l'operazione può... può aver complicato le cose. Non lo so".

"Sei in grado di concepire", ribatte Frank

"Ma se, dico se..."

"Dovresti fare altri esami. Ogni tipo di esame... Devo andare al lavoro".

Il lavoro di Fank Semyon consiste ormai nel riprendere il controllo delle sue vecchie attività criminali, ma non ha smesso di chiedersi chi possa averlo incastrato, perché ormai ne è certo. Qualcuno l'ha tradito. 

Paul Woodrugh (Taylor Kitsch) si risveglia in un letto che non riconosce. Si alza, percorre un corridoio e trova il commilitone dei tempi di  Fallujah, davanti alla televisione. Pau non ricorda nulla, ma l'altro lo informa che hanno passato la notte insieme. L'agente esce sconvolto e scopre che qualcuno gli ha rubato la moto. Non è finita. Mentre tenta di rientrare in albergo, un nugolo di giornalisti lo circonda, pressandolo con domande sulle accuse, a suo carico, per crimini di guerra. Nel frattempo, Ray Velcoro (Colin Farrell) spiega ad Ani Bezzarides (Rachel McAdams) che indagare sulla corruzione a Vinci non servirà a far trionfare la giustizia perché alla fine i politici dello Stato e quelli locali troveranno il modo di mettersi d'accordo. Di lì a poco Ray avrà un altro dialogo inquietante con Paul a proposito delle accuse che gli sono state rivolte. Paul confesserà al collega che sono tutte vere. 

Torna un tema particolarmente caro a Nic Pizzolatto, quello della decadenza totalizzante del mondo. Un inarrestabile slittamento di ogni cosa verso il marciume. Certe riflessioni fanno venire in mente il detective Philip Marlowe e se non fosse che il personaggio di Raymond Chandler resta saldo nei suoi principi, mentre i protagonisti di True Detective ci rinunciano, anche se con qualche sofferenza, si avrebbe la sensazione di ritrovarsi in uno di quei film girati tra gli anni '40 e gli anni '60, con titoli evocativi come Il grande sonno, La signora nel lago o Il lungo addio. Tra le letture di Nic Pizzolatto, poi, deve di certo esserci Triste, solitario y final  di Osvaldo Soriano, un altro chandleriano doc. Si iniziano ad avvertire, però, ripetitività nella narrazione, qualche concessione di troppo all'eccesso. Nel linguaggio, ad esempio, pieno di *** e ***, nella ridondanza delle inquadrature dall'alto e nelle situazioni. 

Paul, ad esempio, ritrova la ragazza che lo ha appena lasciato. Lei lo informa di essere incinta e di voler tenere il bambino, lui le risponde che è disposto a sposarla e che l'ama. Lo slancio nella proposta di matrimonio è legato ai suoi recenti comportamenti, alla mancata accettazione della sua natura gay. Paul pensa di cancellare tutto ricominciando il rapporto con la sua ex, anzi cristallizzandolo, almeno nelle intenzioni, con un vincolo ulteriore. La situazione è talmente scontata da apparire banale. La scena è inutile perché ripropone una contraddizione che già è emersa con forza. Analoga situazione è quella che vede Ray consegnare al figlio, di nascosto dalla madre, il distintivo del nonno. Anche in questo caso la scena non aggiunge nulla a quanto era stato già tratteggiato e riesce solo ad appesantire la narrazione. 

Il personaggio che al momento mi sembra meglio riuscito è quello di Ani Bezzarides. L'incontro con il padre, Eliot Bezzerides (David Morse) è denso di rivelazioni. Eliot ha conosciuto Ben Caspere e anche il sindaco Austin Chessani. Entrambi frequentavano comunità hippy. Parlando con la figlia di Chessani, scopre poi che la prima moglie del sindaco si è suicidata dopo essere stata internata nell’ospedale di Irving Pitlor, lo stesso psichiatra che aveva in cura Ben Caspere. Nel mentre porta avanti l'inchiesta Ani viene accusata di coercizione da un altro poliziotto con il quale aveva avuto una breve relazione e viene sospesa dal dipartimento di Ventura. Potrà continuare ad indagare per conto dello Stato, ma non della Contea, perché il dipartimento ha avviato una inchiesta sul suo conto. Accanto all'accusa di coercizione emerge anche quella di avere ingenti debiti di gioco. 

Insomma sembra proprio che il mondo "maschile" voglia incastrarla perché Ani si rifiuta di stare al suo posto, perché vuole sentirsi libera di scegliere il suo destino. 

La frustrazione che ne deriva graverà in qualche modo sull'esito disastroso della caccia a Ledo Amarilla, le cui impronte sono rinvenute sugli oggetti personali di Ben Caspere, venduti ad un banco dei pegni da una prostituta legata a lui.

    

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