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Juan Pablo Savonitti, ultrarunner: da quel momento è diventata una droga

scritto da: Matteo Simone | segnala un abuso

Juan Pablo Savonitti, ultrarunner: da quel momento è diventata una droga


Matteo SIMONE Continuo ad approfondire la conoscenza di atleti, mi interessa conoscere la passione per lo sport, la consapevolezza, l'autoefficacia, la resilienza, impegno, risultati, nutrizione, gestione stress, ecc.. Contattando diversi atleti mi è capitato di conoscere alcuni super sportivi che definisco quasi cannibali di sport, di alcuni di essi ne parlo nel mio libro uscito di recente Ultramaratoneti e gare estreme, http://www.prospettivaeditrice.it/index.php?id_product=357&controller=product Di seguito Juan Pablo Savonitti si racconta rispondendo ad un questionario di psicologia e sport. Ti sei sentito campione nello sport almeno un giorno della tua vita? “Adesso a quasi 35 anni no. Ma quando ne avevo 17/18/19 e facevo atletica leggera (400 metri) un po' si.” Qual è stato il tuo percorso per diventare un Atleta? “Da piccolo giocavo a pallavolo e pallacanestro per 2 club diversi. Ero in Argentina e un giorno a 16 anni ho conosciuto un allenatore d'atletica Cubano, Miguel Angel Justiz. In quel momento lasciai pallavolo e pallacanestro e mi sono dedicato soltanto all'atletica leggera 400metri. L'ho fatto per 2 anni e da quel momento ho sempre fatto qualcosa: Palestra, Alpinismo, Tennis, Body Building, Crossfit. Soltanto lo scorso giugno (2016) e senza allenamento ho corso la mia prima 100 km. Vitosha 100. In Sofia, Bulgaria. Da quel momento è diventata una droga. Ad un certo punto sono riuscito a correre un ultra di 141 km ed il weekend successivo un'altra di 86 km, per certi atleti questo sarebbe una follia.” A volte si nasce predisposti per lo sport, lo sport diventa nutrimento, un bisogno primario. Quali sono i fattori che hanno contribuito al tuo benessere o performance? “Penso che prima di tutto il fattore mentale. La decisione di voler fare quello che mi piaceva. Correre e allo stesso tempo farlo in un ambiente montano. Due passioni che sono state il mio motore. Poi occorre aggiungere la forza di volontà. Credo d'essere molto rigido con me stesso e penso che anche questo abbia contribuito ai migliori risultati. L'allenamento e la nutrizione li metterei subito dopo in un secondo scalino. Alla fine se un giorno nevica o piove tantissimo e ti devi alzare alle 6 per andare a correre 20km lo puoi fare soltanto se veramente lo vuoi fare. Non ci sono scuse o grigi secondo me.” Le chiavi del benessere e del successo sono mentali, fisici e nutrizionali. Importante la passione e la motivazione che ti spingono ad allenarti in qualsiasi condizioni, anche avverse. Nello sport chi ha contribuito al tuo benessere o performance? “Direi che in un 70% io e poi il restante 30% gli allenatori che ho avuto. Loro ti possono insegnare la tecnica, mostrarti gli errori e dirti che tipo di allenamento fare ma alla fine, secondo me, siamo sempre noi che contribuiamo in maggior misura.” Il benessere e la performance dipende in maggior misura da noi stessi ma da soli non si va da nessuna parte è importante circondarsi di persone competenti e professionali che ti aiutano. Qual è stata la gara della tua vita? “Direi che è stata Tryavna Ultra 141km e 5500m di dislivello. Durante la notte c'è stata una pioggia intensa che non mi faceva vedere neanche 5 metri davanti. A malapena riuscivo a seguire il sentiero. Il peggio di tutto era che faceva anche tanto freddo ed in quel preciso istante mi trovavo in una ripida salita. Verso le 4 sono arrivato al checkpoint quasi in uno stato d'ipotermia. Una volta entrato in quel rifugio mi sono accorto che non ero l'unico. C'erano una decina d'atleti in mutande e coperti con delle coperte mentre facevano asciugare i loro capi. Ho bevuto tè e caffè e dopo circa 30 minuti sono partito di nuovo. I piedi mi sanguinavano perchè li avevo sbattuti parecchie volte su certi sassi e quindi la parte anteriore di quasi tutte le unghie aveva penetrato le dita. In più avevo tante vesciche ed in un momento ho pensato anche di non farcela. A malapena riuscivo a camminare. Mi mancavano 41km alla fine e avevo percorso 100km. Non volevo fermarmi lì. Quindi ho deciso d'arrivare a tutti costi e così ho fatto. Dopo che ho lasciato l'ultimo checkpoint è stato un grandissimo sollievo e ho avuto la fortuna che quasi tutto il resto del percorso era sull'erba, sui prati. In alcuni momenti che mi rendevo conto che avrei finito la gara e ricordavo il dolore dei miei piedi, mi veniva quasi da piangere dell'emozione. Una volta arrivato alla meta, sono andato al pronto soccorso dove mi hanno curato i piedi e dato l'antitetanica per l'infezione che avevo presso alle dita. La settimana successiva e con un bendaggio fatto da me, ho corso un’altra ultramaratona di 86km. Una sensazione unica ho provato e sinceramente lo rifarei.” C’è tanto dietro un’ultramaratona considerata estrema per le condizioni atmosferiche e per le sofferenze a cui si può incorrere, ma non si riesce a farne a meno, diventa una coazione a ripetere. Qual è una esperienza che ti dà la convinzione che ce la puoi fare? “Quella appena raccontata. Insisto nel credere che tutto dipende da noi stessi. Se nella vita c'è qualcosa che non riesci ad avere, secondo me, e perchè non l'hai voluta abbastanza. Altrimenti saresti riuscito ad averla.” Se vuoi puoi, più riesci ad alzare l’asticella e più acquisti autoefficacia e sicurezza. Cosa pensano i famigliari ed amici della tua attività sportiva? “Un po' si sono abituati diciamo, ma all'inizio quando leggevano le distanze e i dislivelli s'impaurivano un po' e mi chiedevano: "ma cosa mangerai e dove dormirai?" "per maltempo la sospendono?". Penso che ognuno conosce i suoi limiti e anche se devo ammettere che più di una volta mi sono iscritto a gare dove non ero al 100 per cento, se mi metto nei panni dei miei famigliari ed amici penso che sia una reazione normale.” Ti va di descrivere un episodio divertente della tua attività sportiva? “Durante la Persenk Ultra (160km e 7500metri di dislivello), mi trovavo in un tratto della gara con un altro corridore e durante la seconda notte ho iniziato ad addormentarmi mentre camminavo. Ho perfino avuto delle allucinazioni dove vedevo le sagome degli alberi come se fossero degli animali selvaggi e a volte le immaginavo come dei palazzi in una grande città. Ero consapevole che si trattavano d'allucinazioni dovute alla stanchezza e a non aver dormito e per periodi brevi di tempo chiudevo gli occhi oppure dicevo qualche frase senza senso. Ad un certo punto dico all'altro corridore: - Martin, la banca apre alle 8 domattina! - Cosa? - Che la banca apre alle 8 domattina, non mi avevi chiesto a che ora apriva la banca? - No! ma stai bene? Mi devo preoccupare? Gli ho spiegato che era una cosa normale, che stavo bene ma solo stanco e ci siamo messi a ridere.” Importante condividere gioie e dolori, soprattutto qunado si è immersi nella natura al buio con deprivazione del sonno, l’uomorismo aiuta ad andare avanti ed è una fonte di resilienza. Cosa hai scoperto del tuo carattere nel praticare sport? “Che sono più testardo di quel che credevo. D'essere molto determinato. Se voglio una cosa non mollo mai finchè la raggiungo.” Quali capacità hai dimostrato di possedere? “La determinazione e la volontá nel voler raggiungere i miei obiettivi. In una gara sempre dò il massimo provando ad anticipare eventuali contrattempi, clima, fame, voglia di andare in bagno, qualunque minimo dettaglio. Più pianificata ed organizata è la tua gara meno problemi troverai durante. Ovviamente ci sono sempre degli imprevisti.” Che significa per te partecipare ad una gara? “Mettermi alla prova con altri corridori. All'inizio lo facevo per acquisire esperienza, volevo solo finire la gara anche 5 minuti prima del cut off limit. Poi quando inizi ad allenarti seriamente e quello che fai non è più un hobby le tue esigenze cambiano. Vuoi abbassare i tempi delle edizioni precedenti e ti passa anche per la testa la possibilità di stare anche nel podio. La parte più dura sono gli allenamenti. La gara è il momento dove dai il massimo e provi in un certo modo a giustificare i tuoi allenamenti ed entra tanto in gioco anche la testa. E' fondamentale essere preparato psichicamente prima e durante la gara. Questo se parliamo dal punto di vista competitivo di una gara. Poi in una gara ci sono anche tantissime altre cose, le bellissime persone che trovi durante, altri corridori, i volontari, i paessaggi, il pubblico.” La gara non è fatta solo di competizione ma di opportunità di incontri con persone e paesaggi. Hai sperimentato l'esperienza del limite nelle gare? “Sì. Nella gara Tryavna Ultra (dolori e ferite ai piedi) e Persenk Ultra (allucinazioni e mi addormentavo mentre camminavo). Se ci penso adesso a freddo potrei arrivare a credere che sia stata una follia ma per come sono fatto lo rifarei ancora.” Quali sono le sensazioni che sperimenti: pregara, in gara, post gara? “Pregara: una roba proprio da maniaci. Già prima di dirigermi all'aeroporto controllo più di una volta se mi sto dimenticando qualcosa: vaselina, cerotti, bastoncini, bandane, ecc. La notte precedente normalmente preparo tutto sul letto, separo le cose e pianifico gli orari in cui dovrò mangiare i gel o le barrette. Faccio anche un pronostico anche di dove dovrei trovarmi ad una certa ora se tutto va come pianificato. Adesso non è più come all'inizio dove l'unica senzazione pregara era "ce la farò a finire?" In Gara: durante la gara provo sempre a seguire quanto pianificato. Non sempre va come pianificato ma di solito va bene. Impari qualcosa di nuovo in ogni gara. Credo che le sensazioni si facciano vedere negli ultimi 15 km della gara, dove inizi ad immaginare che ormai è quasi fatta anche se mi è successo di pensarla così dopo aver corso 120km in una gara di 160km. Gli ultimi km sono i più duri. Post Gara: subito dopo la gara ho una specie d'euforia. Ormai è fatta. A volte piango dall'emozione. Il perché non lo so. Forse mi metto a pensare al percorso trascorso durante la gara e non solo, agli allenamenti, alle cose che rinuncio scegliendo quello che faccio, ecc. Comunque è una sensazione unica e molto personale anche se potrebbe sembrare "denominatore comune" tra gli atleti.” La gara fa sperimentare tante sensazioni ed emozioni, si passano tante fasi ed alla fine è bello uscirne integri e riflettere sull’accaduto e sull’interea preparazione per l’obiettivo portato a termine. Quale è stata la gara più estrema? “Persenk Ultra (160km e 7500 metri di dislivello). Gli ultimi 10 km mi sono sembrati infiniti, non finivano mai e mi trovato dentro una specie di labirinto dentro il bosco dove mi sono chiesto più di una volta, "ma non sono già passato da qui?". Dal punto di vista tecnico c'erano dei passaggi molto ripidi ma poco esposti ma se aggiungo il discorso della stanchezza e delle allucinazioni penso che potrebbe essere una combinazione molto pericolosa.” Quali sono le difficoltà, i rischi, a cosa devi fare attenzione nel tuo sport? “Penso che le difficoltà maggiori in una gara in montagna siano gli imprevisti. Personalmente faccio attenzione quasi ad ogni passo che faccio. E non mi riferisco soltanto nei passaggi esposti e/o tecnici. Ogni passo, basta torcersi una caviglia e sei fuori e non soltanto dalla gara. Fuori anche per qualche mese. Questo riguardo i fattori concernenti la persona. Riguardo i fattori esterni come il clima e gli animali selvaggi si possono prendere alcune precauzioni ma comunque c'e' sempre un fattore di rischio.” Quali sono le condizioni fisiche o ambientali che ti hanno indotto a fare una prestazione non ottimale? “Condizioni fisiche soltanto in un periodo in cui ero in overtrainning. L'alimentazione compie un ruolo importantissimo. Condizioni ambientali, direi il ghiacchio se non hai i ramponi. La neve e la sabbia sono "fattori ambientali" duri anche durante un semplice allenamento.” Cosa ti ha fatto mollare o cosa ti fa continuare a fare sport? “Mollare al momento niente. Se mi sento troppo stanco a livello muscolare decido di riposarmi quel giorno per essere al 100% nell'allenamento del giorno successivo. Cosa mi fa continuare? la voglia di esplorare nuovi posti facendo quello che é la mia passione, la corsa in montagna.” Importante il fattore autoprotezione e coccole che comprende il riposo, i recuperi, i massaggi. Come hai superato eventuali crisi, sconfitte, infortuni? “Sempre "parlando" con me stesso. Le decisioni le prendo dopo che ho analizzato i pro e i contro. Posso sbagliarmi ma è la mia decisione. Mi fido pienamente di me stesso. Ho avuto dei dolori, ho perso tutte le unghie dei piedi, sono caduto tantissime volte durante alcune discese ma per fortuna non ho mai avuto degli infortuni.” Quale può essere un messaggio rivolto ai ragazzi per avvicinarsi allo sport? “Il messaggio che darei è quello di frequentare il più possibile la natura. Allontanarsi dalla città nei weekend con la famiglia e fare una escursione in montagna, lasciando orologi e telefonini in macchina, dormendo in tende durante il weekend e avvicinando i ragazzi allo sport in una maniera diciamo "motoria" correndo con il cane per prendere una palla, arrampicando un albero, ascoltando i rumori della natura.” Meno teconologie, meno virtual social e più esperienza direttta è la palestra della vita. C'è stato il rischio di incorrere nel doping nella tua carriera sportiva? “No, mai. Qualcuno mi ha suggerito cosa prendere ma mi sono rifiutato. Nel breve periodo in cui ho fatto bodybuilding, prendevo la Creatina, la glutamina, aminoacidi BCAA, vitamine e proteine, ma non sono mai andato oltre. 1) Non lo vedo come una cosa corretta nei miei confronti e neanche nei confronti degli altri. 2) Non giustifico il fatto di prendere una cosa che è vietata per fare meglio di qualcun altro, con quale obiettivo? Un podio, un primo posto, qualche soldo? No! 3) Se devo ricorrere a quello per raggiungere un obiettivo non sono più io quello che lo sta raggiungendo.” Raggiungere gli obiettivi con accurata programmazione che prevede fatica, impegno, determinazione ed integrazione alimentare corretta è sempre preferibile al doping. Quale può essere un messaggio per sconsigliare l'uso del doping? “Prima di tutto il discorso morale. Lo sport competitivo ti spinge a certi limiti e anche a voler vincere. Ma vincere col doping non è vincere, è far finta di vincere. Dopo che fa male e anche se hai lo scienziato dietro che ti dà anche l'antidoto per non farti scoprire sono sempre robe che entrano nel tuo corpo.” Vero, il doping è diventao il cancro dello sport, quanto meno te lo aspetti anche persone più insospettabili ne fanno uso, ho scritto un libro dal titolo Doping il cancro dello sport http://edizionifs.com/shop/doping/ Ritieni utile la figura dello psicologo dello sport? “Questo penso che sia un discorso molto personale. Uno che é andato sempre dallo psicologo e che ne ha tratto giovamento può essergli d'aiuto. Nel mio caso personale non penso che possa essermi d'aiuto. So bene perchè faccio questo sport e quali sono le mie motivazioni. Nei momenti di crisi ho sempre trovato delle soluzioni con me stesso ma ripeto è un discorso molto personale e lungo da descrivere in poche righe.” Quali sono i sogni realizzati e da realizzare? “Sogni realizzati quello d'aver viaggiato tanto. Ho lavorato per anni a bordo di navi da crociera dove ho avuto l'opportunitá di viaggiare tanto e di conoscere tantissimi posti che non avrei mai immaginato di poter conoscere. Da realizzare? Direi che potrei dedicarmi alla mia passione al 200%. Senza dover lavorare ogni giorno per poter permettermi di correre ed allenarmi.” Matteo SIMONE http://www.prospettivaeditrice.it/index.php?id_product=357&controller=product https://www.retedeldono.it/it/iniziative/a.p.s-spiragli-di-luce/matteo.simone/di-corsa-per-spiragli-di-luce

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