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IPv6: migrazione combattuta

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IPv6: migrazione combattuta


Si legge sempre più spesso che gli indirizzi IPv4 siano già o stiano per esaurirsi, motivo per cui è necessario  passare al nuovo protocollo Internet IPv6. Per quanto corretta, questa affermazione è lontana dalla realtà di qualsiasi consumatore medio: non sono chiare infatti le conseguenze di un ritardo nell’implementazione di IPv6, né se ne evincono i benefici per gli utenti, siano essi privati o aziende.

Immaginate che, contro ogni previsione, la popolazione mondiale si centuplichi in un lasso di tempo estremamente breve. Senza considerare le gravi conseguenze di una tale evenienza a livello infrastrutturale, ci troveremmo ad affrontare enormi problemi nell’erogazione dei servizi di comunicazione più comuni. Immaginiamo le code interminabili presso gli uffici postali e gli infiniti ritardi nella consegna della corrispondenza. Nella vita reale si aprirebbero nuovi uffici postali, si assumerebbe personale aggiuntivo. Proprio questo non è possibile con gli indirizzi IPv4: semplicemente non ci sono più risorse disponibili. La crescita esponenziale di contenuti, dati e strumenti di lavoro fruibili esclusivamente attraverso Internet (dal semplice accesso remoto al disco fisso in rete allo “home banking” ai “repository on-line" alla telefonia VoIP o i social media), come la massiccia proliferazione di pc portatili, telefoni cellulari, tablets, addirittura elettrodomestici in grado di accedere ad internet, ha portato ad un esaurimento degli indirizzi IPv4 disponibili, tanto rapido quanto inaspettato quando nel 1981 fu introdotto il protocollo IPv4, o più tardi nel 1998, quando IPv6 vide la luce.
Soffermandoci sulla nota similitudine "Internet / autostrada", la mancanza di risorse avrebbe indubbie conseguenze sullo sviluppo della rete autostradale: la carenza di fondi non consentirebbe la costruzione di nuove corsie. Con una popolazione centuplicata il traffico autostradale si trasformerebbe in un ingorgo perenne. A lungo termine neanche eventuali deviazioni, atte a meglio distribuire il traffico, concorrerebbero concretamente alla soluzione del problema. Trasferendo queste immagini alle "autostrade dell'informazione", non sarà possibile pubblicare nuovi servizi Web o replicare piattaforme esistenti per smistare il traffico, perché non ci sono indirizzi IPv4 disponibili per i server web. Il tentativo di una redistribuzione di indirizzi IP con NAT e sottoreti potrebbe inizialmente rappresentare una soluzione, come la deviazione stradale, ma paralizzerebbe a lungo termine il traffico, perché nell'era del Web 2.0 Internet è diventato un bene di consumo e ognuno di noi impiega almeno uno se non più dispositivi che accedono ai servizi erogati attraverso il web.
Con IPv6, ogni dispositivo che vuole comunicare con Internet avrà un proprio indirizzo IP: un contributo notevole alla realizzazione della visione della “Internet House” (Cisco, ancora nel 2000), un progetto di automazione domestica decisamente rivoluzionario per quei tempi e oggi più fruibile che mai. Basti pensare alla grande varietà di dispositivi “Smart”, dai cellulari ai televisori, dagli elettrodomestici (frigoriferi, lavatrici e forni) che comunicano con gli utenti, a termostati, persiane, illuminazione e impianti d’allarme già oggi gestibili da remoto. Questo trend è in pieno sviluppo! L'IFA di quest'anno ha visto numerose aziende proporre soluzioni di automazione domestica davvero interessanti. Quello che allora era “il futuro” è più tangibile di quanto si pensi con IPv6, ma la domotica ne incarna solo uno dei vantaggi: anche l’impiego di servizi di cui già ci avvaliamo, tra cui P2P, VPN, VoIP, o l’accesso remoto ai propri dati risulterà semplificato grazie all’assegnazione di indirizzi dedicati direttamente raggiungibili dall’esterno. Colonna portante di una tale integrazione di Internet nella vita quotidiana per lo scambio di "contenuti generati dagli utenti" è l'idea di base di IPv6 che tutti gli indirizzi IP debbano essere pubblici, cioè statici e direttamente accessibili dall'esterno, senza dover utilizzare i servizi di DNS dinamico, così come li conosciamo oggi. Una sfida per gli operatori per le implicazioni in termini di tracciabilità degli accessi. “Un aspetto che richiede una valutazione molto attenta, poiché, in combinazione con le più efficienti tecniche di transizione al nuovo protocollo, risulta di complessa realizzazione”, commenta Giovanni Cristi, Project Manager di AVM in Italia ed esperto di IPv6.
Sebbene la maggior parte dei produttori di hardware e software come le maggiori e/o più innovative società di telecomunicazioni a livello europeo abbiano già introdotto o stiano lavorando su IPv6 e nonostante da tempo aziende e opinion leader sottolineino la necessità di migrare, l’argomento IPv6 viene valutato seriamente solo da poco: è un dato di fatto che gli indirizzi IPv4 saranno completamente esauriti in tutta Europa dal prossimo luglio e che già oggi numerosi Provider devono fare i conti con la carenza di indirizzi.
Una precoce identificazione delle problematiche cagionate da una tardiva integrazione di IPv6 ha portato AVM ad annunciare il primo router DSL compatibile con IPv6 già all’inizio del 2009. AVM credeva allora e crede oggi fortemente che IPv6 sia ineludibile e lavora a stretto contatto con le Task Force IPv6 in vari Paesi, per dare il proprio contributo attivo alla progettazione e realizzazione di infrastrutture che facilitino la transizione. Questo approccio ha valso all'azienda una leadership senza pari nell’applicazione pratica di IPv6 sul mercato delle CPE. Da oltre un anno più di 7000 dispositivi AVM vengono impiegati con il solo protocollo IPv6 presso uno dei più grandi Provider olandesi, per la gioia degli utenti che hanno accettato l'anno di prova e usufruiscono già oggi delle opportunità offerte da IPv6. "Abbiamo superato da tempo la fase sperimentale, l'esperienza pratica raccolta con XS4ALL si traduce in vantaggi tangibili di cui tutti i nostri clienti possono avvalersi attraverso gli aggiornamenti gratuiti del nostro firmware. IPv6, come integrato nei dispositivi AVM, è stabile ed apre un universo di nuove possibilità per l'utente, che può configurare un’infrastruttura di rete IPv6 a casa o in ufficio in modo assolutamente trasparente e senza alcuno sforzo" conferma Cristi.
Un'altra idea di base di IPv6, è che la migrazione debba aver luogo senza ”Big Bang”, evitando inconvenienti quali il brusco "spegnimento" di Internet per gli utenti IPv4. Per questo motivo i CPE che oggi integrano IPv6 offrono anche il "Dual Stack" o il tunneling per consentire a dispositivi IPv4 di accedere a reti IPv6 (pagine web, contenuti, strumenti) e viceversa. Questi strumenti però sono da intendersi come supporto temporaneo alla migrazione: “con i nostri partner stiamo vagliando attentamente i benefici delle possibili soluzioni per una transizione a IPv6 senza soluzione di continuità, con un impatto quanto più contenuto possibile sull'erogazione dei servizi e sui sistemi” aggiunge Cristi. Sebbene a livello teorico non vi siano ragioni per eventuali ritardi nell’adozione del protocollo, a livello pratico è fuor di dubbio che il passaggio al nuovo protocollo richieda copiosi investimenti in architetture e formazione da parte dei provider.
“Anche se, all’atto pratico, non prevediamo un avvio della transizione ad IPv6 sul territorio nazionale prima del prossimo anno, e pur considerando che saranno necessari anni prima di una totale migrazione ad IPv6 di tutti i servizi e le piattaforme web al mondo, possiamo aspettarci sin da oggi che qualsiasi fornitore di servizi web innovativi impiegherà il protocollo IPv6 e che in futuro sempre meno organizzazioni, produttori, fornitori, investiranno risorse in vecchie tecnologie (quale è ormai IPv4)" conclude Cristi. Perché dovremmo farlo noi "utenti finali"?
 



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