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ENRICO NADAI- EUTANASIA:DOVE LA VITA PERDE IL SUO SENSO.

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ENRICO NADAI- EUTANASIA:DOVE LA VITA PERDE IL SUO SENSO.
Ci sono condizioni esistenziali dolorose che portano a considerare la morte migliore della vita. Se si smarrisce l’aspettativa di ottenere serenità nella propria esistenza, se ne va facilmente l’entusiasmo di viverla, si è abbandonati dalla forza di sperare e si viene raggiunti dall’assenza di timore di fronte alla morte. Una volta che le armi della luce sono state riposte, non resta che lasciarsi risucchiare dalle tenebre. Le tenebre hanno preso con loro la quarantasettenne Alessandra, un’ex insegnante siciliana, che da un paio d’anni soffriva di depressione e non usciva più di casa. Ha scelto la strada dell’eutanasia. Le è bastato rivolgersi all’associazione “Exit” – che ho scoperto esser nata nel 1996, dunque mia coetanea – avente lo scopo di far compilare agli aderenti il Testamento Biologico per evitare il trattamento terapeutico in caso di malattie allo stato terminale, lesioni traumatiche cerebrali invalidanti o malattie implicanti l’utilizzo di sistemi artificiali. Non si capisce a quale di queste tre categorie potesse rientrare la depressione di Alessandra, ma la situazione non desta meraviglia: provvedendo al desiderio di morte di chi soffre per un danno fisico, si deve egualmente provvedere al desiderio di morte di chi soffre per un disagio psicologico. Il dolore fisico non è quantitativamente definibile più di quanto lo sia un dolore psicologico: la conseguenza è che si deve fornire a chi soffre dell’uno o dell’altro un eguale trattamento, ossia la medesima possibilità di farlo cessare con la morte, rivolgendosi a cliniche ad hoc. Io e l’associazione siamo coetanei, sì, ma non consanguinei. Contrappongo all’idea che esistano dolori e pene inutili – secondo quel che scrive l’”Exit” nel proprio sito – l’idea che il dolore serva, che l’intera vita sia un praticantato tra i confini della sofferenza e del tragico. Oppongo alle parole di Emilio Coveri, presidente di “Exit”, che – a suo dire – farebbe l’eutanasia a chiunque senza consultare la cartella clinica, le parole di Filippo Anelli – presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri – a sostegno di una medicina che sia custode della vita. Vedo inoltre nella morte di Alessandra gli esiti di tristezza e solitudine che sono le principali ingiustizie e punizioni della nostra società ammorbata. «Nessuno di voi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso», è scritto nella “Lettera ai Romani”, ma la situazione che si sta verificando ora è brutalmente capovolta. Ove la vita e la morte siano sconnesse dai piani alti dell’esistenza, vengono ridotte all’insensatezza, e non c’è altra possibilità se non quella di vivere per se stessi e morire per se stessi, tra la vacuità delle cose. Un uomo non campa senza la fede perenne in qualcosa di indistruttibile in sé, anche se quest’elemento dovesse restare perennemente nascosto. Lo insegna Kafka, a cui mi accodo, raccogliendone umilmente l’eredità. ENRICO NADAI

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