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ENRICO NADAI-L'EREDITA' DEL DOLORE E DELLA CROCE

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ENRICO NADAI-L'EREDITA' DEL DOLORE E DELLA CROCE
“La notte del Getsemani” – l’ultima fatica letteraria dello psicoanalista Massimo Recalcati – è un bel saggio. Ci si avvicina con sospetto ad uno scritto che accosta con ricorrenza il nome di Gesù a quello di Jacques Lacan, eppure in quest’occasione c’è quasi da gioirne. È un libro che accarezza la memoria nell’epoca dell’«ossessiva dimenticanza», come avrebbe scritto Kundera; ci ricorda che, per secoli, l’incontro fatale dell’Occidente con il dolore è stato riconducibile all’angoscia, al sangue e alla crocefissione di Cristo. Con l’episodio del Getsemani ereditiamo la testimonianza dell’umanità di Gesù, fatta di un incrollabile attaccamento alla vita pur di fronte alla solitudine, alla paura e all’abbandono. «La sua parola non è una parola di morte, ma di vita», scrive Recalcati. E la battaglia per la pienezza della vita si scontra ostinatamente con il «negativo» della morte, fino a superarne il timore. Nel patimento del Getsemani troviamo il grido anti-nichilista di Gesù, quello che oggi arriva debolmente alle orecchie di chi vuol farla finita alle prime difficoltà o di quanti accolgono con serenità i suicidi assistiti e gli altri impulsi autodistruttivi della nostra società. Ma troviamo anche l’esperienza del tradimento. Giuda Iscariota ne è il principale rappresentante; deluso dal non riconoscere più in Gesù il leader politico capace di reclamare la giustizia sociale in Palestina, sceglie di tradirlo. In questo modo Giuda preferisce salvare la coerenza della propria idea politica, rivolta ai bisognosi, piuttosto che salvare la vita del suo Maestro, il Figlio di Dio. Giuda è inizialmente l’allievo innamorato del maestro, disposto poi a odiarlo per la frustrazione del suo stesso disamoramento. È «umano, troppo umano» – parafrasando Nietzsche – così pericolosamente umano da non riconoscere il debito divino della parola di Gesù. E poi c’è il silenzio di Dio. Quel silenzio che rende la fede cristiana un’impresa difficile per la nostra epoca, che si pone pochissime domande e, per quelle poche, accetta solo risposte rumorose. Dio tace: quando gli si chiedono segni preferisce non darne. Ma quando li fornisce non si è disposti a ipotizzarne la provenienza dall’alto. A quel silenzio Gesù consegna la sua vita, affinché «non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Lc, 22,42). Segue l’evento della crocefissione, che a distanza di duemila anni sopravvive simbolicamente, tra l’ostilità di chi nel vederla sente urtata la propria sensibilità laicista e il favore dei credenti o di coloro che semplicemente ne riconoscono un’eredità. Credo Recalcati faccia parte di quest’ultima categoria, anche se le ultime pagine del suo libro – con un’implicita apologia dell’ateismo – rischiano di invalidare tutto il buon lavoro compiuto in precedenza. Lo psicoanalista afferma che “l’ateo dubitante” è più vicino a Dio del “fedele senza dubbi” (ammesso che ne esistano di fedeli senza dubbi). Dispiace contraddirlo, ma l’ateo non è più vicino a Dio, poiché non è mai dubitante. Ha già smesso di interrogarsi intorno all’esistenza di Dio, stabilendo che Dio non esiste. Perciò, ad eccezione della faziosità dell’ultimo capitolo, auguro a tutti una buona lettura. EN, L’Azione, 04/07/19

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