Nel pieno della Guerra Fredda, mentre il mondo temeva lo scoppio di un conflitto nucleare, l’Unione Sovietica portava avanti un altro tipo di guerra: quella psicologica. E per farlo, non lesinava risorse. Anzi, in un caso estremo, costruì un’intera città fittizia, popolata da cittadini inconsapevoli, con un solo scopo: studiare come si diffondono le voci false.
Il nome ufficiale non compare sulle mappe. Gli archivi la indicano come “Oggetto 5470”, ma i pochi che ne parlano la ricordano come la “Città del telefono rotto”.
Un gioco da bambini trasformato in esperimento sociale
Hai mai giocato a “telefono senza fili”? Una frase sussurrata da una persona all’altra, che a ogni passaggio cambia, si distorce, fino a diventare irriconoscibile.
Ora immagina questo stesso meccanismo riprodotto su scala urbana. Migliaia di persone, una notizia da far circolare... e gli scienziati del KGB pronti ad annotare ogni variazione, ogni reazione, ogni paranoia.
Come funzionava la “città laboratorio”
La città, costruita negli anni ’50 in una zona remota degli Urali, sembrava perfettamente normale: palazzi, scuole, cinema, fabbriche. Ma dietro le quinte, tutto era controllato.
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I cittadini erano veri, ma selezionati con cura: operai, insegnanti, funzionari. Nessuno sapeva di vivere in un esperimento.
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Gli “incidenti” venivano inscenati: un blackout improvviso, l’arrivo di misteriosi camion militari, un allarme che suonava senza motivo.
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Poi partiva la voce: una frase detta da un agente segreto a un “cittadino scelto”, che avrebbe dovuto diffonderla senza sapere che era tutto pianificato.
Il risultato? Le dicerie correvano più veloci della logica. In poche ore, la città era in preda al panico. Le frasi cambiavano, si moltiplicavano, si politicizzavano.
Cosa voleva scoprire il KGB
Lo scopo era duplice:
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Capire come nasce la disinformazione.
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Individuare i profili più suscettibili a crederci e a diffonderla.
Venivano tracciate le reti sociali, gli “epicentri” delle voci, gli effetti sulla produttività, sul sonno, persino sull’alimentazione.
Alla fine di ogni esperimento, la città tornava alla normalità. Nessuno sapeva di essere stato manipolato. Nessuno tranne… chi osservava.
Il destino dell’esperimento
Secondo alcune fonti emerse dopo la caduta dell’URSS, la “Città del telefono rotto” funzionò per oltre 15 anni. Poi venne progressivamente dismessa e riassorbita nel tessuto urbano reale.
Oggi, alcuni credono che corrisponda a una zona periferica di Ekaterinburg, ma non ci sono conferme ufficiali. L’intero progetto rimane avvolto nel mistero, con pochi documenti sopravvissuti e molte testimonianze frammentarie.



