Nell’estate del 1925, una piccola città del Tennessee, Dayton, divenne il centro del mondo per un processo che sembra uscito da un romanzo: il “Processo alla Scimmia”. Un insegnante di scienze, John Scopes, fu messo sotto accusa per aver insegnato la teoria dell’evoluzione di Darwin in una scuola pubblica, violando una legge statale che lo vietava. Il caso, vero e documentato, fu una battaglia epica tra scienza e religione, con un’aula di tribunale trasformata in un circo mediatico.
John Scopes, 24 anni, era un professore di biologia che accettò di essere processato per testare la legge del Tennessee, spinta dai creazionisti che vedevano l’evoluzione come una minaccia. Il processo, iniziato il 10 luglio 1925, attirò due avvocati leggendari: Clarence Darrow, ateo e difensore della scienza, contro William Jennings Bryan, politico e fervente cristiano. Secondo i resoconti dell’epoca, come quelli del New York Times, centinaia di persone affollarono l’aula, con radio che trasmettevano il dibattito in diretta – una novità per l’epoca.
Scopes fu dichiarato colpevole e multato di 100 dollari, ma il verdetto fu solo l’inizio. Il processo accese un dibattito nazionale: era giusto insegnare l’evoluzione? O la Bibbia doveva avere l’ultima parola? La Corte Suprema del Tennessee annullò la condanna per un cavillo tecnico nel 1927, ma il caso cambiò per sempre il modo in cui gli Stati Uniti affrontano scienza e istruzione. Come riportato da Smithsonian Magazine (2005), il “Processo alla Scimmia” è considerato un punto di svolta culturale, anche se le tensioni tra evoluzione e creazionismo persistono.



