Nel Settecento, l’Europa era affascinata dagli automi: figure meccaniche che scrivevano, disegnavano o suonavano strumenti.
Ma un orologiaio svizzero, Pierre Jaquet-Droz, volle fare di più: costruire un orologio che camminasse da solo.
Il suo progetto, noto come The Walking Clock, nacque attorno al 1770. Il meccanismo, racchiuso in una struttura metallica di pochi centimetri, era dotato di piccole ruote e contrappesi che gli permettevano di spostarsi lentamente, simulando il passo umano.
Un orologio vivo
Jaquet-Droz non cercava la spettacolarità: voleva replicare il ciclo della vita attraverso un oggetto che segnasse il tempo non solo scorrendolo, ma “vivendolo”.
Il suo orologio era alimentato da un ingegnoso sistema di molle, simile a quello degli automi, e seguiva idealmente la luce del sole, spostandosi lungo i tavoli del laboratorio.
Oggi, solo pochissimi esemplari di quegli orologi sopravvivono. Alcuni sono conservati al Musée d’Art et d’Histoire di Neuchâtel e in collezioni private.
Un’eredità che continua
L’idea di un orologio mobile ha ispirato anche il design contemporaneo.
L’azienda MB&F, per esempio, ha creato l’“Sherman”, un piccolo orologio robotico che cammina davvero grazie a un meccanismo a molla, un tributo diretto all’invenzione di Jaquet-Droz.
Il principio resta lo stesso: il tempo non è statico, ma una presenza viva, che si muove con noi e dentro di noi.



