È il 10 giugno 1990. Il volo British Airways 5390 decolla da Birmingham diretto a Malaga con 81 passeggeri a bordo. Tutto nella norma: decollo regolare, cielo sereno, nessun problema tecnico segnalato. Il capitano Tim Lancaster, 42 anni, veterano con migliaia di ore di volo, sta pilotando tranquillo. Sono appena passati 13 minuti dal decollo.
E poi, all'improvviso, il parabrezza del cockpit esplode.
Non si incrina, non si rompa parzialmente. Esplode. E Lancaster viene letteralmente risucchiato fuori dall'aereo dalla differenza di pressione. In un secondo si ritrova all'esterno dell'aeroplano, a 5300 metri di altitudine, con temperatura di -17 gradi e un vento che soffia a 600 chilometri orari.
L'unica cosa che gli impedisce di precipitare nel vuoto è la cintura di sicurezza, che si è impigliata nei comandi, e il copilota Alastair Atchison che gli afferra le gambe con una presa da panico totale.
Atchison, 39 anni, si ritrova a dover fare tre cose contemporaneamente: pilotare un aereo che sta andando fuori controllo, comunicare con la torre di controllo, e tenere aggrappato per le caviglie il suo capitano che sta volando letteralmente fuori dal finestrino. Nel frattempo il rumore è assordante, il freddo glaciale, e i detriti volano ovunque nel cockpit.
Un assistente di volo, Nigel Ogden, corre in cabina di pilotaggio e afferra anche lui Lancaster per impedirgli di cadere. Ma la forza del vento è tale che per poco non viene risucchiato anche lui. Un altro membro dell'equipaggio, John Heward, entra e lo tira indietro, poi prende il posto di Ogden nel tenere il pilota.
Per 20 minuti - VENTI MINUTI - Lancaster rimane appeso fuori dall'aereo. Il corpo sbatte contro la fusoliera, il freddo è pazzesco, il vento gli strappa via le scarpe e i calzini. L'equipaggio in cabina è convinto che sia morto, ma continua a tenerlo perché ha paura che il corpo colpisca le ali o i motori causando un disastro ancora peggiore.
Nel frattempo Atchison deve trovare un aeroporto dove atterrare d'emergenza. Il più vicino è Southampton. Inizia la discesa, sempre con il comandante che penzola fuori dal finestrino. Manovra l'aereo come può, mezzo accecato dal vento e dai detriti, con un buco enorme davanti a sé.
Quando finalmente l'aereo atterra, dopo quello che deve essere sembrato un secolo, l'equipaggio tira dentro Lancaster aspettandosi il peggio. Il corpo è congelato, pieno di lividi, ha fratture multiple, lesioni agli occhi, ipotermia. Ma respira. È vivo.
Lancaster passa cinque giorni in ospedale. Le fratture guariscono, l'ipotermia rientra, gli occhi si riprendono. E poi - questa è la parte che lascia ancora più senza parole - dopo appena cinque mesi torna a volare. Lo stesso Tim Lancaster. Sullo stesso tipo di aereo.
L'indagine successiva scopre che il parabrezza era stato sostituito la sera prima con viti sbagliate: più sottili e più corte del dovuto. Un errore banale, da manuale, che poteva causare una strage.
Il copilota Atchison viene insignito di una medaglia al valore per aver salvato tutti i passeggeri. Lancaster, quando si riprende, non fa troppi drammi sulla vicenda. "Ho avuto giorni migliori", ha commentato con il classico understatement britannico.
I passeggeri a bordo? La maggior parte non si è nemmeno accorta di cosa stava succedendo in cabina di pilotaggio. Hanno capito che c'era un'emergenza dalla discesa rapida, ma solo dopo l'atterraggio hanno scoperto che il loro pilota aveva passato metà del volo appeso fuori dall'aereo come in un film d'azione.
Questa storia viene ancora oggi usata nei corsi di formazione per equipaggi di volo come esempio di gestione dell'emergenza in condizioni estreme. E ogni volta che qualcuno si lamenta di una giornata lavorativa difficile, c'è sempre qualcuno che ricorda: "Almeno non sei stato risucchiato fuori da un aereo in volo".



