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Un gioco irriverente

scritto da: Luigi Arcari | segnala un abuso

Un gioco irriverente

Un irriverente nuovo epilogo al "Deserto dei Tartari".


Sorvolando con la mente i deserti rocciosi del nord, quasi come Mullins che ballava nudo nel campo della mente, senza peraltro voler paragonare la mia mente alla sua, mi accorsi all’improvviso di trovarmi nei pressi della Fortezza Bastiani. Solo un attimo di indecisione, poi mi fu perfettamente chiaro che non potevo lasciarmi sfuggire quell’occasione, dovevo fare quello che andava fatto. Naturalmente, non ero direttamente interessato alla Fortezza, il luogo delle attese e della speranza, la maga Circe che incanta e che seduce, ma alla locanda dove Giovanni Drogo era morto, il luogo della pace e dell’epilogo. Forse faccio in tempo a trovarlo ancora vivo, pensai, quindi decisi di dirigermi verso la locanda, virai e in men che non si dica planai sul piazzale là davanti. E in effetti, fortunatamente, era ancora vivo, seppure apprestandosi ad affrontare con dignità la Morte. “Coraggio, Drogo, questa è l’ultima carta, va incontro alla morte da soldato e che la tua esistenza sbagliata almeno finisca bene. Vendicati finalmente della sorte, nessuno canterà le tue lodi, nessuno ti chiamerà eroe o alcunché di simile, ma proprio per questo vale la pena. Varca con piede fermo il limite dell’ombra, diritto come a una parata, e sorridi anche, se ci riesci. Dopo tutto la coscienza non è troppo pesante e Dio saprà perdonare.” È questo finale che mi ha sempre lasciato l’amaro in bocca, fin da quando ho conosciuto Giovanni Drogo, molti anni fa. Certo, è nobile e dignitosa la rassegnazione alla Morte, è mirabile riuscire a oscurarne “l’agghiacciante volto” e mutarla “in cosa semplice e conforme a natura”. Mi piace però molto di più il Giovanni Drogo che “diede invece subito ordine di partire”, senza aspettare l’incerto arrivo del comandante Simeoni. Quel Simeoni in tempi diversi, ma forse allo stesso tempo, sognatore e realista, cospiratore e reazionario, ardito e pusillanime, solidale e ipocrita, amico e nemico, infine traditore e meschino. Mi piace molto di più il Giovanni Drogo che dice a sé stesso “Così dunque, Simeoni? Adesso Drogo ti farà un po’ vedere.” E allora meglio dire fottiti al comandante Simeoni e fottiti alla Morte, senza remore e senza indugi, con puro disprezzo. Certo, essere veramente nei panni di Giovanni Drogo, corroso dal male fisico, è ovviamente cosa ben diversa. Quindi eccomi qui, a desiderare di prestare la mia energia vitale al suo corpo, per farlo tornare indietro in piena forma, a dispetto della Morte e del comandante Simeoni, per mutare il suo destino, per cambiare l’epilogo. Lo trovai nella sua poltrona, sofferente. La vista di un uomo debilitato nel fisico e nell’animo non è cosa piacevole, per lo spettacolo pietoso al quale si assiste ma, soprattutto, per la violenza che si fa al suo pudore e alla sua dignità. Mi sedetti accanto a lui, dopo che ebbe superata l’iniziale sorpresa. Mi presentai e spiegai le mie ragioni. Parlammo, convenimmo, concordammo. La mattina dopo, ben prima dell’alba, ai due soldati che lo scortavano, al cocchiere e all’attendente venne quasi un colpo quando lo sentirono scendere dalle scale che conducevano alla sua camera e lo videro sorridente e in decorosa forma. Ascoltarono interdetti i suoi ordini risoluti, si partiva subito, si tornava indietro, destinazione Fortezza Bastiani. È una cosa diabolica, ripeteva come un mantra il cocchiere, è una cosa diabolica, è opera del diavolo, quello era quasi un cadavere ambulante ieri sera, giallo e già puzzolente come un corpo in putrefazione. I due soldati annuivano, facendosi il segno della croce, prima con la mano destra e poi con la mano sinistra, come pare si debba fare in questi casi. L’attendente era il solo a conservare un certo sangue freddo, avendo pragmaticamente deciso di non porsi domande sul perché e sul percome, ma di accettare senza cercare spiegazioni il dato di fatto incontrovertibile che Giovanni Drogo era vivo e vegeto, ritemprato e attivo, deciso a riprendere il suo posto di comando nella Fortezza. Eliminate le coperte intorno alle gambe, inutile orpello sia per riscaldare un quasi cadavere che per avvolgere un corpo in salute, Giovanni Drogo, era in preda ad una eccitazione irrefrenabile. Si sedeva e si rialzava, tintinnava continuamente la spada sui suoi stivali, urlava al cocchiere di sbrigarsi, di frustare a sangue i cavalli per farli correre come il vento. Il giorno prima, viaggiando più lentamente per evitare eccessivi fastidi al malandato passeggero, la carrozza aveva impiegato circa quattro ore a raggiungere la locanda. Il percorso di ritorno era previsto durare molto meno, l’obiettivo era impiegare sulle tre ore, in maniera da rendere indigesta la colazione all’amico Simeoni. Amico. Il falso e viscido Simeoni era di quanto più lontano uno potesse desiderare di avere come amico, come confidente e come complice. Giovanni Drogo già pregustava il piacere di godersi la sorpresa e l’imbarazzo del suo comandante nel rivederlo tornare, pronto a riprendere il suo posto, sano, efficiente e pronto alla battaglia. Quando la carrozza riemerse dalla valle, portandosi sul ciglio della spianata, poté finalmente rivedere “l’immagine  delle mura giallicce,  dei  bastioni  a sghembo,  delle misteriose ridotte, delle rupi laterali nere per il disgelo”. La Fortezza cominciò progressivamente a farsi sempre più grande sullo sfondo del panorama, recuperando spessore e volume. C’era traffico intorno, lungo tutto il lato sud. Carri, cavalli e cavalieri uscivano ed entravano, girovagavano per spostare materiali e derrate, partivano in esplorazione e rientravano per i rapporti, distribuivano ordini e portavano richieste. La carrozza correva decisa, sobbalzando sulle buche e sui rovi, ma la perfetta ammortizzazione della struttura recava un minimo disturbo ai passeggeri, per quanto la cosa fosse stata certamente importante durante la partenza ma risultava ormai irrilevante per un fisico ritemprato e nuovamente vigoroso, pur con la sua età. Alla prima postazione di controllo, uno dei tre posti di guardia ora previsti prima di accedere al cortile interno della Fortezza, la carrozza rallentò e si arrestò. I due soldati di guardia riconobbero immediatamente Giovanni Drogo, che si era affacciato ad un finestrino, rimasero un attimo interdetti dalla sorpresa, ma poi scattarono sull’attenti e sollevarono la sbarra. La stessa scena si ripeté alla seconda postazione. Alla terza, presso il portone principale di accesso, ricavato tra le imponenti mura, Giovanni Drogo ritenne più opportuno scendere dalla carrozza e procedere a piedi. Chiese anche all’attendente di scendere e ordinò ai cocchieri di recarsi direttamente presso le stalle. Due passi a piedi saranno salutari, confidò all’attendente. Ma naturalmente lo scopo era fare un ingresso virile, mostrare a tutti il nuovo redivivo Giovanni Drogo. I meno distratti e meno affaccendati fra la moltitudine frenetica di soldati in giro, a piedi e a cavallo, lo riconobbero e lo salutarono militarmente, nascondendo a fatica la sorpresa. Entrò direttamente nell’edificio del comando, dirigendosi verso l’ufficio di Simeoni, davanti il quale molti erano in attesa. Al vederlo tutti scattarono sull’attenti. Il piantone provò a dirgli che il comandante era in riunione, ma lui non se ne curò, spalancò la porta ed entrò. A Simeoni strabuzzarono gli occhi nel vederlo in piedi, in forma e sorridente. Pur non potendo nascondere la sorpresa, fece però buon viso e cattivo gioco. Si complimentò platealmente con lui per la ritrovata salute e per la decisione di ritornare alla Fortezza, per contribuire alla sua difesa e alle imminenti battaglie, mettendo a disposizione di tutti la sua esperienza e il suo coraggio. Lo abbracciò e lo invitò a sedersi al suo fianco, dove gli fu subito ceduto il posto da uno degli ufficiali presenti. Mentre si sedeva, Giovanni Drogo ripensò alle ultime parole che gli aveva rivolto Simeoni, dopo avergli fatto intendere che la sua partenza era un ordine più che un invito, in risposta alla sua reiterata richiesta di poter restare alla Fortezza per affrontare i nemici “Questa volta, caro Drogo, non dimostri il tuo solito spirito militare, mi dispiace di dovertelo dire, ma in fin dei conti te ne vai al sicuro, chissà quanti farebbero il cambio con te. Ammetto anche che ti dispiaccia, ma non si può mica avere tutto in questa vita, bisogna pur farsi una ragione…”. Essere schifoso, disse tra sé, in fondo cosa non ho avuto in questa vita se non illusioni? E adesso che siamo al dunque, finalmente, tu credi che io possa essere contento, debba esserti perfino riconoscente, di essere stato spedito lontano, al sicuro, come hai detto? Ma io sono di nuovo qui, in spregio tuo e del destino, per scombinarti le carte. La riunione riprese, con gli ufficiali che facevano rapporto sullo stato di avanzamento delle disposizioni messe in atto, chi sulla sistemazione logistica dei due reggimenti di rinforzo arrivati, soldati e ufficiali, chi sull’approntamento dell’artiglieria leggera ricevuta, chi sulla dislocazione delle truppe sui bastioni, chi sulla consistenza e schieramento dei soldati nemici. Simeoni annuiva, compiaciuto, rivolgendo di tanto in tanto uno sguardo a Giovanni Drogo, suo secondo in comando, come a lasciar intendere agli altri che gli ordini dati fossero stati con lui condivisi. A fine riunione, prima di scioglierla, Simeoni ritenne opportuno, per prevenire che fosse lo stesso Giovanni Drogo a dare successivamente disposizioni in merito, ordinare ad uno degli ufficiali di far ripristinare la stanza del maggiore Giovanni Drogo esattamente come si trovava prima della sua partenza, visto che si era chiaramente ristabilito e avrebbe ripreso immediatamente i suoi compiti di comando nella Fortezza. Il viscido Simeoni, che non aveva esitato a pianificare una nuova allocazione per la stanza lasciata libera da Giovanni Drogo “Tre letti qui ci possono stare benissimo. Due lungo quella parete e il terzo in quell’angolo.” Tutti lasciarono l’ufficio, lasciando solo Simeoni. Come diavolo è stato possibile, rimuginava tra sé, stava lì per morire! Non che lui avesse voluto la sua morte, beninteso, avevano passato una intera vita insieme lui e Giovanni Drogo, ma ottuso e cinico come era, non perdonava le debolezze altrui, quelle del fisico comprese. Quando qualcuno non è più in grado di essere utile, di svolgere i propri compiti, diventa un rammollito, un peso per sé stesso e per gli altri, un perenne fastidio, un intralcio addirittura, è meglio che capisca da solo che deve farsi da parte, ritirarsi, avere il buon gusto di togliersi dai piedi, senza neanche mettere in imbarazzo gli altri, quelli che poi si devono assumere l’onere di prendere le inevitabili decisioni. Non fanno forse così i vecchi pellerossa, stanchi e malati? Si allontanano volontariamente dalla loro tribù, si ritirano in eremitaggio su una montagna o nel deserto ad aspettare che la Morte li porti via con sé, a lasciarsi addirittura morire. Con realismo e dignità. Realismo, ecco cosa adesso ci voleva. Prendere atto che Giovanni Drogo era ritornato, in salute, pronto per riprendere il suo posto nella guarnigione, quindi complimentarsi con lui e col diavolo, mettere una pietra sopra la sua malattia e andare avanti. Meglio così, in fondo. Ma come la cosa fosse stata possibile rimaneva per lui un mistero. Prese la decisione. Doveva assolutamente, per la sua serenità mentale, almeno provare a capirci qualcosa. Uscì dall’ufficio e dall’edificio del comando, si diresse con decisione verso i locali dell’infermeria, nell’ufficio del vecchio dottor Rovina. Hai saputo della novità, gli disse immediatamente, senza neppure augurargli il buongiorno, Giovanni Drogo è ritornato qui alla Fortezza, in forma e ritemprato, senza più neanche quel colore giallognolo che ormai aveva assunto. Come me lo spieghi? Il dottor Rovina all’inizio parve non capire, d’altra parte l’età era avanzata anche per lui, ma poi dovette focalizzare la cosa, perché sorrise e la prese come uno scherzo. Purtroppo non gli resta che poco tempo ormai da vivere, confermò ritornando serio, addirittura ore, spero che la Morte lo colga sereno là dove si trova. Ti dico che è qui, è ritornato e sta bene, ribadì Simeoni, lo potrai rivedere in giro tu stesso. Guarda che non posso che rallegrarmi della cosa, ma non capisco come sia stato possibile, quindi te lo sto chiedendo in quanto medico. Se è tornato qui e in salute, ribadisco il se, perché non mi hai ancora convinto del tutto, non me lo spiego di certo, a meno di un miracolo oppure di un’opera demoniaca, il che è praticamente lo stesso. Le sue condizioni, lo stato del suo fegato, restano scientificamente e irrimediabilmente irreversibili, purtroppo. Bene, era questo quello che volevo sentire, proferì il realista Simeoni, il pragmatico e disincantato Simeoni. Giovanni Drogo uscito dall’ufficio di Simeoni era entrato solo un attimo nel suo, per assicurarsi che almeno quello non fosse stato oggetto di saccheggio, quindi uscì dall’edificio, chiamò l’attendente e decise di tornare sulle mura della Fortezza, a controllare a che punto si trovasse l’esercito nemico, là dove l’ultima volta era svenuto. Respirava a pieni polmoni questa volta, si sentiva pieno di energia e di vita. Il passaparola doveva aver viaggiato veloce, perché i soldati che lo conoscevano lo guardavano sbalorditi e con rispetto, scattando immediatamente sull’attenti, come ovviamente i nuovi arrivati, certamente già informati dello strano evento. Prima ancora di inforcare il cannocchiale già scorse di nuovo il filo di fumo che si alzava dall’avamposto della Ridotta Nuova, come la volta precedente, indice dell’attività dei soldati che Simeoni aveva mandato a riprendere la guardia, senza neppure informare il suo comandante in seconda. E immediatamente a valle, al limitare del deserto dei Tartari, era ormai chiaramente visibile l’armata nemica che avanzava. La osservò col cannocchiale. Era proprio lì, quasi la poteva toccare. Uomini, cavalli, carri, attrezzature d’assalto, armi leggere e armi pesanti, artiglieria  da campagna, cannoni di varie dimensioni e gittate. Tanti. Avevano addirittura già iniziato le manovre per disporsi a ventaglio, preliminari alla disposizione in campo, all’assedio e alle battaglie. Un brivido l’attraversò lungo tutto il corpo, questa volta di piacere, finalmente. Ora che sentiva l’energia vitale essersi nuovamente impossessata del suo corpo, poteva davvero rallegrarsi che i nemici fossero infine arrivati, dopo tanta attesa. C’è giustizia a questo mondo, si disse, in un modo o nell’altro. Continuò a muoversi lungo le mura, esaminando la scena da vari punti di osservazione, controllò la disposizione dei suoi uomini, diede ordini, dispensò suggerimenti, complimenti e rimproveri. Ridiscese infine nel cortine, per nulla stanco. Incrociò il dottor Rovina, che lo cercava già da un pezzo. Il vecchio dottore lo guardò a lungo, poi lo prese in disparte. Non ci volevo credere, gli disse in tono complice, hai fatto un patto con Dio o col diavolo, alla Faust? Ma che dici dottore, replicò Giovanni Drogo, stai vaneggiando? Sono semplicemente migliorato dalla mia malattia, c’è stato un suo regresso inaspettato anche per me, ma non sto certo a rammaricarmi cercando di darmi una spiegazione. Evidentemente la cosa non era poi così tragica, mi sono addormentato esausto e mi sono risvegliato ritemprato, tutto qui, a me basta. Ma a me no! Esclamò il dottor Rovina. Io sono un uomo di scienza, un uomo di ragione e cerco la spiegazione delle cose. E in questo caso non ne trovo di spiegazioni razionali. Bene, ti dovrai rassegnare, replicò Giovanni Drogo, io non le cerco nemmeno. Poteva egli dire al dottore che ero stato io a prestargli la mia energia vitale, per rendergli giustizia del suo destino, da lontano nel tempo e nel luogo, senza essere né divino né diabolico, ma solo una piccola mente irriverente? La giornata di Giovanni Drogo trascorse in un baleno, tra le mille incombenze dell’organizzazione della difesa della Fortezza, tra riunioni, ordini, rapporti e contrordini. La sera mangiò con un appetito da lupi, quale non provava da tempo, riuscendo poi ad addormentarsi profondamente non appena si allungò sul letto. Stava sbarbandosi, poco dopo l’alba, quando udì il colpo di cannone. Si precipitò fuori, nel cortile, senza la giacca e con la schiuma da barba ancora su mezzo volto, mentre anche altri ufficiali e soldati arrivavano dai loro alloggiamenti, tutti con le facce interrogative e preoccupate. Si imbatté in Simeoni, proprio mentre una delle sentinelle si avvicinava precipitosamente a rapporto. Un colpo a salve da parte dei nemici, comandante. Ci avvisano che sono in posizione e pronti, disse Giovanni Drogo. Simeoni annuì, fra un quarto d’ora ci vediamo sulle mura, per controllare la situazione. Le truppe nemiche si erano allargate nella pianura a formare un semicerchio, di cui solo una parte era visibile dalle mura, formato da una fanteria compatta e colorata, ordinatamente disposta. Dietro si potevano intravedere due batterie di cannoni con gli addetti sistemati intorno. In fondo erano già state rizzate le tende degli alloggiamenti. Che dici, chiese Simeoni, facciamo sapere che siamo pronti anche noi? Con piacere, gli rispose Giovanni Drogo, naturalmente soddisfatto del rinnovato cameratismo mostrato da Simeoni, ma senza abbassare la guardia nei suo confronti, certamente senza alcuna attenuazione dei sentimenti negativi che provava verso di lui, il falso e ipocrita Simeoni,  ab amico reconciliato cave. Si rivolse quindi all’ufficiale che li accompagnava e ordinò un colpo di cannone a salve. Tempo due minuti e si sentì il colpo, tremendo e assordante. Venite pure avanti ora, disse tra sé Giovanni Drogo, venite ad assaltare la Fortezza Bastiani, vi aspetto. La Fortezza era in posizione strategica, ben costruita, solida, circondata da avamposti, cinte murarie spesse e di varie altezze, grandi fossati, terribili bastioni, ripidi terrapieni, innumerevoli baluardi e molte batterie di cannoni. Aveva riserve logistiche bastevoli per mesi e forse anche anni, fonti di approvvigionamento dalle retrovie assicurate e protette. Con la guarnigione ora adeguatamente rinforzata avrebbe potuto resistere a lungo, a sufficienza da bloccare l’armata nemica sul posto, impedirle di avanzare ancora, logorarla, fiaccare il fisico e il morale delle sue truppe, decimarla durante gli assalti, gli attacchi, le battaglie. Ci saranno distruzioni, morti e feriti anche tra noi, si disse, è inevitabile, è la guerra. Seguirono giorni di attività frenetiche nella Fortezza, continue, da parte sia della truppa che degli ufficiali, segnate invariabilmente dallo scambio, subito dopo l’alba e sempre alla stessa ora, di un colpo di cannone a salve in risposta al primo colpo a salve che partiva da un cannone dell’armata nemica, dove le attività erano incessanti e non meno frenetiche. Quando pensi che inizieranno i primi assalti, chiese una mattina Simeoni a Giovanni Drogo, durante la consueta prima riunione giornaliera nel suo ufficio con gli ufficiali superiori? Giovanni Drogo ci aveva riflettuto sopra, già da qualche giorno e a lungo quella stessa notte. La guerra è brutta, sporca e sanguinaria. Si soffre e si muore. Amici e nemici, giovani e vecchi, soldati semplici e comandanti. Quando anche non coinvolga direttamente i civili, donne, vecchi e bambini, dissemina lutti, orfani e vedove, difficoltà e stenti, sofferenze e miserie, tristezze e povertà. Certo, può esserci la gloria per i vincitori e per i vinti, anche per essi in una certa misura, vivi o morti che si sia. È una grande forza la gloria, un motore potente per l’azione, per gli ideali, per il pensiero. E anche lui indubbiamente aveva cercato la gloria là nella Fortezza, in attesa dell’esercito nemico, fin da giovane, la gloria della vittoria o la gloria della morte onorevole in battaglia. Ma ora, da vecchio, vivendo la sua seconda occasione grazie ad un generoso dono di energia vitale, era ancora la gloria che cercava? Aveva in fondo avuto la sua rivincita, contro la fottuta Morte e contro il fottuto comandante Simeoni, aveva rinnegato il suo destino, visto arrivare l’armata nemica e stava contribuendo a consolidare la difesa della Fortezza. Voleva ancora vedere morte, distruzione e sofferenza intorno a sé? Voleva ancora la guerra e le battaglie? Vedi, rispose allora Giovanni Drogo a Simeoni, con gli altri ufficiali superiori che lo ascoltavano attentamente, mi sto convincendo che qui, adesso, noi e loro, stiamo facendo teatro, stiamo recitando entrambi una commedia. Loro hanno mostrato i loro muscoli e noi stiamo mostrando i nostri. Se devo essere sincero, credo che non abbiano veramente intenzione di fare alcun attacco, hanno voluto solo forzare un loro posizionamento strategico, ma l’obiettivo vero è quello di una trattativa tra il loro Stato e il nostro Stato, per stabilire nuovi confini e nuovi rapporti partendo in vantaggio. Credo che anche il nostro Stato e il nostro Comando superiore non vogliano la guerra. Meglio così, no? Disse rivolto a Simeoni e agli altri presenti. I due colpi mattutini di cannone, il reciproco buongiorno, continuarono immutati ancora per una settimana, come pure le normali attività difensive, ormai diventate di routine. Nel primo pomeriggio dell’ultimo giorno della settimana arrivò un messaggio dal Comando superiore, destinato al comandante Simeoni. Dopo che l’ebbe letto, fece venire nel suo ufficio Giovanni Drogo e gli mostrò la comunicazione ricevuta. Poche righe, per dire che il nostro Stato e lo Stato confinante avevano raggiunto un accordo per stabilire nuovi “rapporti di buon vicinato”, in conseguenza del quale l’armata nemica si sarebbe immediatamente ritirata entro i propri nuovi confini. Il Comando superiore ordinava, con effetto immediato, la sospensione delle ostilità, il blocco di ogni azione militare di difesa e di attacco, il ritiro delle truppe di rinforzo ultimamente pervenute. Avevi ragione tu, disse Simeoni. Gli ufficiali e la truppa accolsero la notizia e i nuovi ordini con sentimenti variegati e discordanti, di piacere e di delusione, a seconda delle proprie aspirazioni di tranquillità o di gloria. Dall’alto delle mura fu chiaramente visibile che l’armata assediante, non più nemica, aveva iniziato a smobilitare e si apprestava al ritiro. Giovanni Drogo era sereno, soddisfatto. La sera stessa ci salutammo. L’attendente lo trovò morto nella sua stanza, con un accenno di sorriso sul volto, quando passò ad augurargli la buonanotte, come di consueto. Mi sollevai in volo sulla Fortezza Bastiani, finalmente appagato per aver contribuito a dare il giusto epilogo alla vicenda e alla vita di Giovanni Drogo, a dispetto della Morte e del comandante Simeoni. Virai ancora verso nord, a sorvolare con la mente altri luoghi e altri tempi.


Fonte notizia: https://luigiarcari.com/2021/04/05/un-gioco-irriverente/


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