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Coronavirus: i cassetti della mente

articolo pubblicato da: kruppyboy | segnala un abuso

Coronavirus: i cassetti della mente

Ci dicono di non uscire, di stare in casa. Ci dicono di non avere contatti con le persone. Ci esortano a lavare spesso le mani, a non toccare occhi, naso e bocca.

Ci forniscono anche una soluzione per poter sconfiggere il virus e, conseguentemente, per averne meno paura: lo possiamo evitare stando in isolamento!

È sufficiente a farci sentire meglio? No, le nostre abitudini vengono stravolte e ci troviamo di fronte all'esigenza di creare nuove routine, di adattarci. Nel frattempo viviamo come in un limbo. Pensieri e azioni si disorganizzano, ne siamo sopraffatti, vorremmo fuggire. Da chi vorremmo fuggire? La risposta che ci diamo è “dal virus”, ma abbiamo detto che lo possiamo evitare stando in casa. Stiamo dunque scappando da noi stessi, d'altronde il lavoro, lo sport e la sfera sociale ce lo permettono, oltre a essere per noi fonte di nutrimento, di realizzazione personale.

A questo punto ci troviamo di fronte ai nostri timori, a quei fantasmi chiusi a chiave nei cassetti della mente; li abbiamo messi lì, tentando di nasconderne l'esistenza, ma si tratta di un'illusione. Ora, nel silenzio cui siamo costretti, li sentiamo bussare. Questo rumore si traduce in ansia, che attribuiamo unicamente alla condizione di emergenza sanitaria in cui ci troviamo.


Concordo sia
inevitabile provare un forte sentimento di frustrazione e di rabbia durante l’isolamento. D'altro canto, mantenendo chiusi quei cassetti della mente, sentiamo soltanto il rumore di ciò che percepiamo come il fantasma del passato; non possiamo udirne le parole, non possiamo comprenderne il messaggio e, dunque, non possiamo ritrovare un equilibrio, adattarci.


Ed è così che alcuni di noi sentono di dover affrontare una minaccia senza volto, esasperando, ad esempio, ansia e paranoia, magari finora silenti.

In altre persone può emergere un sentimento di solitudine, che esaspera vissuti angosciosi quali la separazione dagli affetti (familiari, di coppia, amicali) e la perdita di quel nutrimento fatto di pelle, odori, sguardi, sorrisi e carezze di cui necessitiamo. In questi casi ci possiamo sentire depressi, privi di vitalità, spenti.

 

Potrebbe anche accadere di provare rabbia, una rabbia che appare divorante, capace di renderci immobili e di privarci della spinta progettuale; anch'essa è sollevata dal rumore proveniente dal nostro mondo emotivo; ascoltando, possiamo renderci conto che è sfruttabile, è un'energia potente e potenzialmente costruttiva.

In questa condizione di emergenza e isolamento, anche gli unici scambi interpersonali possibili, mediati da telefono e internet, s'inaridiscono veicolando un sentimento di frustrazione e soffocamento. Le conversazioni tendono infatti a diventare monotematiche e ansiogene quando incentrate su virus, pandemie e raramente su noi stessi.


Gli “o
stacoli” tra noi e il quotidiano potrebbero essere letti inoltre come la
frustrante imposizione di un genitore severo o non empatico, poco generoso, che ci dice di “no” e che ci porta a perdere passione e vitalità. Il rischio è che la nostra risposta a tale vissuto sia di opposizione cieca, disorganizzata, controproducente.


L'attuale emergenza sanitaria e il
dovere di stare in casa sollevano quindi temi emotivi e vissuti differenti in ognuno di noi. È fondamentale riconoscerli e comprenderli, magari con l’aiuto di un terapeuta, per porsi in una prospettiva evolutiva, di cambiamento e di adattamento. 

Marina Bellomo

https://www.psicoterapialegnano.it/

 

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