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GIOVANNI GIUDICI TRADUTTORE E AUTORE (SCALPENDI)

scritto da: EdoardoLuce | segnala un abuso

GIOVANNI GIUDICI TRADUTTORE E AUTORE (SCALPENDI)

Scalpendi porta in libreria La vita in versi di Giovanni Giudici e Aleksandr Puškin, Eugenio Onieghin nei versi italiani di Giovanni Giudici


Due nuovi titoli per la collana PER L'ALTO MARE APERTO, diretta da Edoardo Esposito e edita da Scalpendi: in libreria Aleksandr Puškin, Eugenio Onieghin nei versi italiani di Giovanni Giudici e Giovanni Giudici, La vita in versi. 

PER L’ ALTO MARE APERTO  presenta classici e moderni, prosa e poesia, italiani e stranieri. Si potrà trovare questo e quello nel “mare aperto” che contiamo di attraversare e che non si porrà problemi di tempi e di generi, cercando solo di seguire il vento di una “buona letteratura” e di rinnovare la tradizione delle collane “universali” coltivando sia il gusto per la memoria sia la curiosità per il presente.

 Aleksandr PuškinEugenio Onieghin nei versi italiani di Giovanni Giudici

Puškin nacque a Mosca nel 1799, l’anno in cui, a Milano, moriva Giuseppe Parini; e se Parini aveva dato all’Italia il ritratto di un vanesio e dissoluto rampollo nobiliare, bollandolo con illuministico sarcasmo, Puškin avrebbe dipinto un “Giovin Signore” della società russa nel nuovo spirito che il romanticismo diffondeva in Europa e che, senza rinunciare all’ironia, puntava piuttosto però, e vivamente, sulle passioni del cuore. Così Eugenio, il suo personaggio, non è più una marionetta da ammaestrare e da mettere alla berlina, ma è un giovane che nella vita e nei godimenti della vita si muove destramente e che, se non manca di sventatezza e di qualche cinismo, non manca nemmeno di impulsi generosi e della capacità di capire i suoi stessi sbagli. Non sempre a tempo, purtroppo, e glielo insegna Tatjana, dolcissima figura che gli fa da contrappunto incarnando, contro l’allettamento di vane fantasie, i sentimenti dell’amore sincero.La storia non è in prosa ma – si vorrebbe dire – in musica; fu l’autore stesso a parlare di «romanzo in versi» e a inventare una strofa capace di reggerne giocosamente la continuità. Quanto a Giovanni Giudici, che per anni si è dedicato a trasformarla «in versi italiani», ha scritto Gianfranco Contini che è stato «il solo traduttore che abbia comunicato qualche cosa del fremito straordinario di quell’opera apparentemente leggera e futile, ma di una futilità sublime, che è l’Oneghin. Uno, mi pare, dei capolavori dello spirito umano».Aleksandr Puškin (1799-1837), di nobilissima famiglia, è considerato uno dei padri della letteratura russa e di una lingua rinnovata dall’innesto della parlata comune. Dapprima partecipe della vita mondana di San Pietroburgo, e più volte costretto all’esilio per la libertà di alcuni suoi scritti, fu autore acclamato sia di liriche e di poemi (Ruslan e Ljudmila, 1820; Il cavaliere di bronzo, 1833) sia di prose come La dama di picche (1834) e La figlia del capitano (1836). Scrisse per il teatro il Boris Godunov (1831, poi musicato da Musorgskij); la stesura completa del poema Evgenij Onegin fu pubblicata nel 1833. Morì in duello pochi anni dopo, nel 1837. Pagine 250, prezzo 12,50.

 

 

Giovanni GiudiciLa vita in versi

Dopo le prime plaquettes poetiche (L’educazione cattolica in particolare, 1963), è con questo libro che si afferma l’originalità della poesia di Giudici e del personaggio che, sostituendosi al tradizionale io poetico, animerà molti dei suoi versi con la miscela agrodolce dei suoi affetti e dei suoi risentimenti, delle sue convinzioni e delle sue ansie. È un personaggio che ha fatto pensare in prima istanza a Charlot, ma che, della vita che mette in scena, finisce per rappresentare assai più gli aspetti tragici che quelli comici, rivelando l’amarezza del suo ruolo di forzato attore. Lo sfondo è quello del dopoguerra e della società del benessere in particolare; la dimensione è, più o meno velatamente, quella autobiografica che darà voce fin nelle ultime raccolte ai momenti più lirici della poesia di Giudici. Pianamente, ma con sofferta e tagliente lucidità, si racconta nella forma del verso la quotidianità di un’esistenza che, nel suo svolgersi tra casa e ufficio, tra doveri da assolvere e desideri inappagati, non rinuncia però alla propria dignità e fa, del suo riflettere sul mondo e del proprio muoversi nel mondo, confessione impietosa, cogliendo con il registro dell'ironia gli aspetti farseschi del vivere.Sapiente, in questa rappresentazione, la capacità di coniugare le scorie della realtà, relegate di solito all'ambito prosastico del discorso, con l'uso di uno strofismo musicalmente caratterizzato e in particolare della rima. Due modi di segno quasi opposto e perciò ancora più significativi nel loro abbinamento; nella scena alterata e sconvolta dagli esperimenti della neoavanguardia degli anni sessanta, Giudici faceva emergere la dimensione problematica dell’esistenza senza rinunciare alla comunicazione, e riportando la poesia a quella leggibilità con cui non ha mai cessato di dare emozioni. Giovanni Giudici (1924-2011), nato a Le Grazie (SP), è vissuto a Roma, Ivrea, Torino, Milano, esercitando la professione di giornalista e di copywriter. Dopo le prime plaquettes e dopo il volume La vita in versi (1965) si è affermato come uno dei più vivi poeti del secondo Novecento con i volumi di Autobiologia (1969), O beatrice (1972), Il male dei creditori (1977), Il ristorante dei morti (1981), Lume dei tuoi misteri (1984), Salutz (1986), Fortezza (1990), Quanto spera di campare Giovanni (1993), Empie stelle (1996), Eresia della sera (1999). Pagine 156, prezzo 14,50.

 Intenso anche il suo impegno di traduttore (si veda in questa collana l’Eugenio Onieghin di Puškin), in parte consegnato all’autoantologia Addio, proibito piangere (1982); e gli scritti di riflessione critica (La letteratura verso Hiroshima, 1976; La dama non cercata, 1985; Per forza e per amore, 1996).

 

 

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