Home > Cultura > Quando a Venezia la si faceva a cazzotti

Quando a Venezia la si faceva a cazzotti

scritto da: GustavoVitali | segnala un abuso

Quando a Venezia la si faceva a cazzotti

Rivalità tra Castellani e Nicolotti - Il sestiere di Dorsoduro e il "doge dei Nicolotti" - Il “Ponte di Pugni” - Il Malcanton e i contrabbandieri


Castellani e Nicolotti

Il sestiere di Dorsoduro a Venezia resta affacciato a settentrione sul canale della Giudecca, isola una volta chiamata Spinalonga per la sua forma di pesce. Il cambio del nome era dovuto al fatto che il governo dell’antica Serenissima un bel giorno decise di confinare lì chi veniva condannato per reati minori contro lo stato, “zudecá” in lingua veneta, cioè “giudicato”. Invece recenti studi hanno smentito definitivamente la credenza popolare che vi fossero vissuti degli ebrei, cioè giudei. Infatti costoro erano confinati altrove, precisamente nei tre ghetti, quello Nuovo, quello Vecchio e infine quello Nuovissimo.

Barcaioli e pescatori per tradizione, gli abitanti di Dorsoduro erano chiamati Nicolotti, una delle due fazioni nelle quali era diviso il popolo veneziano. L’altra, quella dei Castellani, abitava prevalentemente la zona orientale della città, in particolare il sestiere di Castello, quello dell’Arsenale. Tra loro la maggioranza era costituita da marinai e da carpentieri addetti a quella che era considerata la più grande industria d’Europa. I Castellani portavano berretto e “fusciacca” rossa, mentre il copricapo e la fascia dei Nicolotti era di color nero. Ancora oggi le magliette dei gondolieri osservano la tradizione: righe bianche e rosse, oppure bianche e nere.

Un’altra suddivisione era costituita dai sestieri di qua e di là del canale rispetto Palazzo Ducale: Castello, San Marco e Cannaregio i tre “de çitra”, Dorsoduro, Santa Croce e San Polo quelli “de ultra”. A loro volta, per motivi fiscali, questi erano stati ripartiti in contrade che nel corso dei secoli aumenteranno fino a 69 per la città, più una per l’isola della Giudecca. Credo siano rimaste le stesse ancora oggi.

Il “Ponte di Pugni”

Tra Nicolotti e Castellani non correva buon sangue, frequenti le risse, un residuo delle antiche lotte civili. La tradizione voleva che si sfidassero in regate e altre gare di abilità fisica, ma i cimenti prediletti delle due fazioni erano ben più violenti, ancorché riconosciuti e addirittura codificati. Le più impegnative erano le cosiddette “guerre dei ponti”, cioè la conquista di certi ponti armati di canne o a mani nude, giochi brutali, ma ciò nonostante accettati comunemente e senza remore. Il più celebre di questi, sul rio Santa Barnaba nella parrocchia Carmini, aveva preso il nome di “Ponte dei Pugni”.

Sulle scazzottate tra le due fazioni si diceva aleggiasse la longa manu del potere, pronto a favorire e addirittura alimentare le contese come sfogo degli umori popolari, ma anche come esibizione di fierezza. Infatti una guerra dei pugni era stata offerta nel 1574 in onore di Enrico III di Francia in visita alla città.

Qualcuno sosteneva pure che nei tempi antichi la rivalità tra sestieri “de citra” e “de ultra”, quindi tra Castellani e Nicolotti, facesse comodo ai governanti che, in caso di sollevazione di una parte, avrebbero potuto contare sull’altra.

Il “Doge dei Nicolotti”

Disgraziatamente Dorsoduro era un sestiere per nulla ricco. Più che barcaioli, in prevalenza era abitato da poveri pescatori che praticavano la minuta pesca lagunare senza che le reti fossero mai abbastanza gonfie da migliorare le loro condizioni. In particolare, era povera la gente della contrada di San Raffaele Arcangelo, ma anche quelli di Santa Marta e San Nicolò dei Mendicoli non se la cavavano meglio.

L’arte dei pescatori era costituita in confraternita, detta “fraglia”, dotata come tutte le altre corporazioni veneziane di uno statuto, detto “mariegola” approvato dal magistrato dei Giustizieri Vecchi e presieduta da un Gastaldo eletto alla presenza di un notaio ducale che raccoglieva il suo giuramento. Per antica tradizione quello dei pescatori era chiamato “Doge dei Nicolotti” o “Doge dei Pescatori”. Godeva di alcuni privilegi, come l’invito a pranzare con il doge, quello vero, una volta all’anno insieme a dodici dei suoi e al cancelliere dell’arte, e affiancare su una barchetta il Bucintoro con a bordo il collega più importante durante la cerimonia dello Sposalizio con il Mare nel giorno della “Sensa”, cioè la festa dell’Ascensione. Questi “privilegi” erano davvero poca cosa se paragonati alle prebende delle cariche di governo e dell’alta burocrazia, ma erano accettati con fierezza dalla gente di quelle contrade. Meglio poco che niente!

Dopo l’elezione il prescelto indossava calze, scarpe, toga e berretto rossi e percorreva l’intera città in corteo fino a Palazzo Ducale, accompagnato dai suoi pescatori al suono di trombe, tamburi e scoppi di mortaretti. Qui il Serenissimo Principe, cioè il doge, lo abbracciava e baciava come fosse un suo parigrado, ma quello era solo un povero pescatore che il giorno dopo sarebbe tornato a sfamarsi con i pesci della laguna.

Il Malcanton e i contrabbandieri

Anche Dorsoduro, come altri luoghi di Venezia, dal punto di vista storico aveva qualche scheletro nell’armadio. Per esempio, il rio e la fondamenta Malcanton, al confine con il sestiere di Santa Croce, dovevano il tristo nome alla cruenta fine del vescovo Ramperto Polo.

Il prelato si era recato in loco per intimare a don Bartolomeo Dandolo, parroco di San Pantalon, di versare le decime sui morti della parrocchia come d’uso ai tempi. Il parroco, invece, si era ritenuto esentato dal predecessore del Polo, ma costui non ne aveva voluto sapere. Così era stato affrontato da una folla schierata dalla parte del parroco, povera gente per la quale anche pochi soldi di decima avrebbero rappresentato un esborso gravoso. Per questo erano stati saggiamente esentati e per questo detta folla inferocita aveva linciato il vescovo.

Dopo il cruento episodio, fondamenta e canale avevano goduto della peggior fama, ma c’era dell’altro.

A Dorsoduro, lungo le fondamenta delle Zattere affacciate sul canale della Giudecca, frammisti a navi e imbarcazioni di ogni tipo, era facile trovare nella baraonda degli attracchi “trabacoli” e “brazere”, imbarcazioni tradizionali della laguna e del piccolo cabotaggio. Per condurre questi piccoli navigli, adibiti di norma alla navigazione sotto costa, bastava un equipaggio di una mezza dozzina di uomini. Venivano utilizzati per la pesca, per il trasporto, ma anche per il contrabbando, più redditizio e meno faticoso del calar reti in mare o il carico e scarico di merci.

Non lontano c’erano i Saloni del Sale, emporio dov’era custodito il prezioso prodotto trasportato in città dalle navi tonde, le grosse imbarcazioni a vela adibite ai traffici commerciali e pesantemente tassato prima della vendita al pubblico. Quello illecito proveniva soprattutto dall’Istria o dalle saline di Cervia, ma anche da altrove. Il popolo, di norma fieramente veneziano e favorevole al governo, in questo caso e per ragioni di saccoccia stava, invece, dalla alla parte dei contrabbandieri: il loro sale costava meno!. Una di queste imbarcazioni caricava circa 20 mila libbre grosse di sale per viaggio che fruttava attorno agli ottocento ducati, rivendendo il sale a cinque soldi la libbra e pagandola tre all’acquisto.

Queste notizie le ho apprese per scrivere il libro Il Signore di Notte, un giallo nella Venezia del 1605, che, pur essendo un thriller con tutte le caratteristiche del genere come omicidi, agguati, ecc. contiene anche brevi divagazioni su curiosità, usi, costumi, fatti e fatterelli dell’antica Repubblica di Venezia e dei suoi undici secoli di vita. Diciamo pure che mi è costato più tempo a documentarmi che non a scrivere, come testimonia la vasta bibliografia in coda al volume. Poi ci sono state le lunghe scarpinate per Venezia alla ricerca dei luoghi dove erano vissuti i principali personaggi nel 1605 e ambientare la trama che, al contrario, è di pura invenzione.

Gustavo Vitali

articolo originale

Nelle foto scattate dall’autore: uno scorcio del Rio de l’Anzolo Rafael e la chiesa omonima nel sestiere veneziano di Dorsoduro; fondamenta de la Pescaria; il volume Il Signore di Notte; un documento dell'epoca; l'autore  Gustavo Vitali


Fonte notizia: https://www.ilsignoredinotte.it/dorsoduro.html


Venezia | sestiere | ponte | pugni | doge | cultura | libro | libro giallo | thriller | Il Signore di Notte |



 

Potrebbe anche interessarti

Arredamenti su misura Venezia- Falegnameria realizza di qualità


TERMINAL ISONZO 2: INAUGURATA OGGI, MERCOLEDI' 13 LUGLIO 2011, LA NUOVA STAZIONE CROCIERE DI VENEZIA


Cucine su misura Venezia- NOVITA' da falegnameria


Venezia a Napoli, i film del lido, edizione festival, 2019 arrivano a Napoli per una settimana fino al 28 ottobre


TRICOPIGMENTAZIONE DONNA: L’INFOLTIMENTO CAPELLI NON CHIRURGICO CON UN RIMEDIO SEMPLICE ED EFFICACE.


Quando a Venezia si profumavano le monete


 

Se ritieni meritevole il nostro lavoro fai una donazione


Recenti

Stesso autore

La vita quotidiana a Venezia nel secolo di Tiziano

La vita quotidiana a Venezia nel secolo di Tiziano
La vita quotidiana a Venezia nel secolo di Tiziano” è un libro di Alvise Zorzi che ho particolarmente apprezzato e che mi è stato assolutamente utile per documentarmi nello scrivere il libro Il Signore di Notte, che, pur essendo un giallo ambientato nella Venezia del 1605, contiene spiegazioni sul funzionamento della Serenissima. La Venezia del Rinascimento"La vita quotidiana a Venezia nel secolo di Tiziano" è un libro che quanto a informazioni non scherza. L’autore, lo storico Alvise Zorzi, tra i massimi conoscitori e studiosi della Serenissima Repubblica, tocca ogni aspetto della vita politica, economica, religiosa e privata degli strati sociali che componevano la variegata, sfavillante e cosmopolita Venezia del (continua)

Bronzo per l’Italia agli europei di parapendio

Bronzo per l’Italia agli europei di parapendio
Francia incontenibile lascia solo le briciole al resto d’Europa – Sui podi si canta la sola marsigliese – L’Italia afferra il bronzo all’ultimo volo dei sei disputati dietro la Repubblica Ceca – Trenta nazioni presenti e 130 piloti nei cieli della Serbia Un campionato di volo libero in parapendio a senso unico verso la Francia quello che si è chiuso a Nis in Serbia dopo due settimane di gare.I piloti e le pilote francesi hanno lasciato al resto d’Europa solo le briciole e in certi casi neanche quelle. Delle sei task disputate in dieci giorni su distanze tra i 72 e i 101 km la squadra nazionale francese ne ha vinte ben cinque; le restanti qu (continua)

Volo in deltaplano: Italia e Alessandro Ploner campioni d’Europa

 Volo in deltaplano: Italia e Alessandro Ploner campioni d’Europa
Concluso in Umbria il Campionato Europeo di deltaplano dopo nove giornate stupende per il volo libero - L’Italia domina la gara fin dalle prime battute, Germania seconda, Repubblica Ceca terza - Alessandro Ploner campione per la terza volta - Christian Ciech medaglia d’argento, al tedesco Primoz Gricar quella di bronzo - Ottime le prove degli altri azzurri Continua la serie positiva di titoli internazionali vinti dal team azzurro di volo libero in deltaplano.Dopo i dieci mondiali, l'ultimo nel 2019, quest’anno è stata la volta del sesto titolo europeo vinto dopo nove entusiasmanti giornate di volo nei cieli del Monte Cucco sopra Sigillo in Umbria. Una decima task è stata annullata per meteo avversa. Due settimane fantastiche per il volo senza (continua)

Deltaplani di tutta Europa nei cieli dell'Umbria

Deltaplani di tutta Europa nei cieli dell'Umbria
Piloti di tutta Europa si contendono il titolo continentale a squadre e individuale - Oltre 20 nazioni in gara - L'Italia si presenta come campione europeo e mondiale in carica Dopo lo stop forzato a causa della pandemia, i deltaplani tornano a volare nel cielo del Monte Cucco, sito considerato la culla per volare con questo mezzo senza motore inventato dagli australiani Bill Moyes e Bill Bennet nei lontani anni ‘60. Pioniere in Europa è stato Alfio Caronti che il 4 novembre del 1971 spiccò per primo il volo dal monte Murelli per atterrare nelle acque del lago di (continua)

Quando a Venezia fu inventato il ghetto

Quando a Venezia fu inventato il ghetto
Le prime comunità ebraiche in terraferma - Le conseguenze della guerra di Cambrai - Istituzione, allargamento, urbanistica e regolamentazione del ghetto - La forza del ghetto e l'autogoverno degli ebrei - Rinnovo delle “condotte” - Da straccivendoli a ricchi mercanti Un rapporto complesso quello tra la comunità ebraica e l’antica Venezia, ma proficuo per entrambe: per le le casse della Serenissima da una parte e per la tolleranza sconosciuta nel resto d’Europa che gli ebrei trovarono a Venezia. Le prime comunità in terraferma Pare che una prima testimonianza della presenza ebraica nel territorio veneziano risalga al 932 a Mestre dove nel 1152 si censi (continua)