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ENRICO NADAI- IL CANNIBALE

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ENRICO NADAI- IL CANNIBALE
Humbert amava la bella Lolita, e lei portava a spasso il suo cuore per i binari del dolore. In fondo, alla giovinetta bastava la costumanza di baciare fugacemente l’angolo della bocca di lui per mettere a tacere la poca premura che abitualmente gli rivolgeva. In tal modo lui si sentiva un privilegiato e il suo cuore poteva tornare a godere per qualche istante di meravigliosa pace. Ma la quiete presto svaniva riconsegnando il suo spazio alla quête, la ricerca amorosa sfrenata che gli generava uno stato intellettuale e fisico di insaziabilità. Raccapezzare baci dalla sua bambolina lo conduceva ad una generale prostrazione, e il pensiero di perderla lo congelava da capo a piedi. Fu per questo che un giorno si verificò un fatto raccapricciante; la piccola Lolita stava intonando confusamente una canzonetta popolare, il corpo era sdraiato su un sofà in tinta vinaccia: ad un tratto i suoi bei capelli sparsi, che fino ad un momento prima ella si divertiva ad arricciare con le dita, si tinsero di un rosso fiammante: era il suo sangue che copiosamente le sgorgava dalla testa alla maniera in cui si assiste allo strabordio dell’acqua dall’anfora che le tre ninfe sorreggono nella fontana dei fratelli Pisano a Perugia. Era stato Humbert a sferrare il fendente mortale contro la testa di lei, utilizzando una mazza di media grandezza. Cosa fare di quel corpo ancora caldo? E di quel cuore che nemmeno raggiustandolo con accorta dedizione sarebbe mai arrivato ad amarlo? Non restava che mangiarsela. «Ninfetta» – le diceva triturando la carne tra i denti – «io ti ho sempre profondamente amata, ma mai tanto profondamente posseduta».

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