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ENRICO NADAI- SONO L'UNICO ARTISTA "INDIE" RIMASTO.

scritto da: Gianni | segnala un abuso

ENRICO NADAI- SONO L'UNICO ARTISTA


Sono anni che mi domando cosa sia la musica indie. Me lo chiedevo già alle scuole superiori quando, ascoltando alcuni artisti di punta del panorama suddetto, mi chiedevo cosa potesse caratterizzarne la diversità. Era bello ascoltare musica apparentemente destinata a pochi. Non ero abilissimo a coglierne i messaggi politici (quando ce n’erano), ma era palese che quelle partiture suonassero dalla parte giusta, dove mi avevano fatto capire virava tutto il mondo delle arti: a sinistra. Rolling Stone e Vice erano le riviste che stabilivano dove si sarebbero orientati i miei ascolti mensili. L’approdo al Liceo fu segnato dall’interesse per la musica che ascoltavano tutti – quella che condividevo nel pulmino di calcio con i compagni di squadra inviandola via Bluetooth – all’interesse per il mondo cosiddetto indie, che aveva una singolare attrattiva e che figurava come una valida alternativa all’offerta che andava per la maggiore tra i miei amici. In quella musica alternativa tutto suonava più grezzo, l’intonazione dei cantanti non costituiva una priorità, ci si concentrava sul contenuto dei testi e i dischi venivano spesso prodotti in casa. Il cantautore schivo e lontano dalla televisione era per me l’ultimo rimasuglio del prototipo dell’artista maledetto. Colti e appartati: così mi davano l’impressione di essere questi rappresentanti di un tempo antico. Dediti soltanto alla loro arte. A distanza di anni mi rendo conto che erano tutte fantasie di un neofita, a cominciare dall’illusione che una musica indie esista. Che cos’è, infatti, l’indie? Un tipo di musica che non riceve rotazioni radiofoniche? O che non ha spazio nei grandi network? Ad oggi tantissimi artisti sedicenti indie vengono regolarmente passati in radio e i loro tour pubblicizzati. E allora? È una musica prodotta da case discografiche che fatturano meno di Sony, Universal e Warner? Sappiamo che ci sono artisti sulla cresta dell’onda che, estranei a esperienze televisive o a legami con le major, vendono più di altri che provengono dai talent show. Non sarebbe comunque un parametro efficace. Non manca poi, tra coloro che sono considerati indipendenti, chi ha contratti con le case discografiche succitate. E chi l’ha detto che una casa discografica “minore” favorisca la totale indipendenza di un artista? Ho sentito di canzoni inviate a “case indipendenti” che sono state rifiutate perché i loro addetti stavano cercando “l’indie del futuro”. E qui il meccanismo s’inceppa e si comprende che l’indie – il quale non corrisponde nemmeno ad una precisa regola stilistica – non è altro che un’etichetta utile a far guadagnare (giustamente) denaro ricavato da un’utenza di persone convinte di ascoltare qualcosa di totalmente alternativo e svincolato dalle logiche di mercato. E allora, distrutto il mito della musica indie, sono pronto a ricostruirlo ritagliandolo su me stesso: sono l’unico artista indie rimasto, sempre che prima di me ce ne fossero. Non ho né contratti discografici, né obblighi di vendita. Del successo non m’importa: mantenerlo è peggio che riceverlo. Con la musica che vendo negli store ci guadagno tanto da potermi al massimo acquistare un paio di scarpe usate. Del profitto me ne frego. Scrivo canzoni per passione. Me le pubblicizzo come posso, con sacrificio, senza pretese. Seguo interamente la realizzazione delle copertine dei singoli e degli album rivolgendomi a ragazzi giovani e volonterosi. Se poi qualche radio – anche contasse dieci ascoltatori – è disposta a suonare i miei pezzi, ne sono contento e onorato.

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