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Due esempi di Confraternite della Buona Morte: Urbania e Bettona

scritto da: Jessica T. | segnala un abuso

Due esempi di Confraternite della Buona Morte: Urbania e Bettona


L’origine delle Confraternite della Misericordia o, come spesso furono ribattezzate, della Buona Morte, è assai antica. Opere pie d’ispirazione analoga, nacquero in Oriente intorno al IV o V secolo, affidate a collegi monastici, la cui missione di carità era, in primo luogo, fornire assistenza ai malati, rischiando la propria vita assistendo anche i più contagiosi e, in secondo luogo, garantire una degna sepoltura a tutti colori che, per diverse ragioni, non se la potessero permettere. Analogamente, presso la Chiesa d’Alessandria d’Egitto, operavano alcuni chierici, esperti in medicina – i Lectigari ed i Paraboloni, la cui missione era di garantire a chi ne aveva bisogno una sepoltura cristiana e decorosa. Anche a Roma era attiva un’istituzione analoga, i Fossores. Questa congregazione, analogamente alle opere pie orientali, si occupava di dare pietosa sepoltura ai morti. L’importanza del compito svolto e la considerazione in cui essa era tenuto si evince dal fatto che essa fosse annoverata dalla Chiesa nella gerarchia ecclesiastica del tempo.
Erano proprio le confraternite a occuparsi del servizio delle esequie della parrocchia, qualora mancassero corporazioni di becchini (come i crieurs parigini). In tal modo ai funerali del povero non venivano più sottratte le onoranze della Chiesa, la stessa che aveva reso solenni le esequie dei più abbienti.
Le confraternite erano caratterizzate da un abito lungo e nero con un cappuccio calato sul viso, la cosiddetta “cocolla“, con cui presenziavano ai cortei funebri, spesso rappresentati nelle statue e in alcuni dipinti che decoravano le cappelle delle confraternite stesse.
In Italia, giusto per riportare qualche esempio, troviamo a Urbania, nelle Marche, la Confraternita della Buona Morte (fondata nel 1567) e la Chiesa dei Morti (Cappella Cola fino al 1836), conosciuta anche come "cimitero delle mummie", dove troviamo diciotto salme mummificate databili 1600-1700, estratte circa due secoli più tardi da una fossa comune del vicino cimitero francescano ed esposte dietro l'altare a partire dal 1833, in seguito all’istituzione dei cimiteri extraurbani per effetto dell’editto napoleonico di Saint Cloud del 1804.
È curioso che sia stata la natura a conservarle nei secoli dei secoli. Le salme si sono infatti "essiccate", piuttosto che decomporsi.
La ragione risiederebbe nella combinazione di fattori climatici e ambientali che hanno disidratato i tessuti dei corpi e nella protezione favorita da un particolare tipo di muffa (Hipha bombicina pers).
La teoria della muffa, spesso associata anche ad altri casi di mummie naturali, è stata però smentita dai più recenti studi dei paleopatologi Arthur Aufderheide dell’Università del Minnesota e Gino Fornaciari dell’Università di Pisa, i quali propendono per la spiegazione climatico-ambientale.
A proposito delle mummie, salta subito all'occhio di come una appaia vestita: si tratta del priore della Confraternita nel primo '800, Vincenzo Piccini, abbigliato con la tunica delle cerimonie funebri accanto alla moglie Maddalena, che soffriva di rachitismo, e al figlio Guido.
Piccini, farmacista, mise a punto alcuni procedimenti chimici e volle fossero applicati sui cadaveri della sua famiglia, per cui queste sono le uniche due mummie non naturali.
Proseguendo, ci sono una donna deceduta di parto con un visibile squarcio fatto per salvare il bambino che portava in grembo, un impiccato, una donna contraddistinta da una lussazione all'anca, un fornaio dei frati detto "lunano”, un disgraziato investito da un carro durante una veglia danzante, una donna polimilitica mancante di parte sinistra a cui per sopperire è stato  inserito un arto maschile, un giovane accoltellato le cui ferite si notano con facilità, di cui si può vedere il cuore essiccato e trafitto da uno stiletto.
Infine l’uomo che venne inumato poiché creduto morto e si risvegliò nella fossa: sul suo volto si legge ancora il ghigno sardonico del terrore «e ancora si vede la sua pelle d’oca», dice il custode.
Al di sopra di molti dei corpi spiccano diversi cartigli con citazioni tratte dalla Bibbia, per far sì che chi le legga possa riflettere sulla caducità della vita.
Spostandoci in Umbria invece, a Bettona  troviamo l’antichissima Confraternita della Buona Morte, rifondata nel 2017 a sostegno delle attività parrocchiali, per volontà e desiderio di coloro che hanno indossato “la vesta” (così chiamate in dialetto le tonache indossate dai confratelli) oppure sono nipoti o figli di persone che a loro volta hanno fatto parte della confraternita, ma anche restaurata il 13 giugno 2020 nei suoi apparati lignei grazie alla società KEO Restauro di Roma, che ha fornito aggiornamenti costanti nell'arco dei cinque mesi necessari a completare i lavori.
Questi strumenti (bastoni da processione, croce, lanternoni a cera...), risalenti alla fine del 1700, furono molto probabilmente realizzati in concomitanza dell’Anno Santo 1775, anno in cui la confraternita si recò in pellegrinaggio a Roma, ospite della consorella capitolina. 

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