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Il "conflitto dell'interdetto": quando la Repubblica di Venezia si contrappose allo Stato Pontificio

scritto da: Jessica T. | segnala un abuso

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La ripresa dell'economia veneziana fu accompagnata, negli anni a cavallo tra Cinquecento e Seicento, dalla ricerca di un'autonomia dalla Spagna e dal papato. Di questa politica si rese protagonista una parte dell'aristocrazia veneta detta "partito dei giovani", in contrapposizione al "partito dei vecchi", che al contrario era più incline ad accettare l'inserimento di Venezia nella sfera di influenza spagnola e asburgica e ad avere rapporti di collaborazione subalterna con la chiesa di Roma.
La ricerca dell'autonomia – che spinse a Venezia a stabilire accordi diplomatici con i principi protestanti, con l'Inghilterra e la Francia di Enrico IV – condusse la Repubblica a crescenti tensioni e poi allo scontro con la chiesa romana, guidata all'epoca da papà Paolo V.
La fase più acuta della contrapposizione si verificò con la vicenda dell'"interdetto" (1606-1607). In questa occasione, Venezia non si piegò alle richieste del papa di abrogare alcune leggi che regolavano la proprietà ecclesiastica nel territorio della Repubblica, rifiutandosi anche di consegnare due sacerdoti veneziani, accusati di delitti comuni, che l'autorità religiosa pretendeva di giudicare secondo i propri codici e di sottrarre così alla giurisdizione civile. Di fronte all'"interdetto", cioè alla scomunica comminatale da Roma, la Serenissima reagì con vigore: furono tra l'altro espulsi da Venezia i gesuiti, il potente ordine religioso identificato come strumento delle interferenze papali nella vita della Repubblica. Dopo una fase di tensioni crescenti, in cui Venezia ottenne l'appoggio degli stati protestanti, la vicenda si avviò alla sua conclusione grazie a un compromesso, favorito dal re di Francia. Nei decenni successivi, in particolar modo dopo l'assassinio di Enrico IV, che provava la politica di Venezia di uh fondamentale punto di riferimento, le prerogative sovrane della Repubblica vennero tutelate con minor determinazione, anche a causa del prevalere nel senato del "partito dei vecchi" e nonostante l'impegno profuso a favore dell'autonomia veneziana da Paolo Sarpi, lo storico e giureconsulto che aveva sostenuto le tesi veneziane contro Roma durante la disputa dell'"interdetto".
In un'epoca nella quale gli itinerari commerciali si orientavano ormai verso l'Atlantico, la Repubblica di Venezia aveva un interesse vitale: quello di difendere la propria identità di centro aperto agli scambi non solo commerciali, ma anche umani e culturali, con popoli di ogni etnia e fede religiosa.
Questa politica e questa tradizione alimentarono, a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento, il mito di una Venezia ben governata da un'aristocrazia illuminata: sulla laguna, la legge aveva un valore superiore all'interesse dei potenti, le istituzioni della Repubblica venivano difese con energia, gli intellettuali godevano di libertà e protezione, anzi erano sul punto di recuperare quel ruolo-chiave nella vita politica che era stato loro attribuito dall'Umanesimo del Quattrocento.
Anche l'università di Padova, sede per quasi vent'anni dell'insegnamento di Galilei, si vide assicurate dal senato veneto autonomia e condizioni economiche dignitose per un lungo periodo. L'ateneo padovano poté così fruire  dell'apporto di eminenti studiosi e continuare, per alcuni decenni, a costituire la meta di folte delegazioni di studenti d'oltralpe, ai quali la Serenissima garantiva, resistendo alle pressioni di Roma, la validità dei diplomi conseguiti, anche in assenza del giuramento di ortodossia cattolica. 

Biennale Architettura | arte | storia | disputa giurisdizionale | trattato di interdetto della santità di Papa Paolo V | Istoria del Concilio Tridentino |



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